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Il diritto di essere matti

Off the rails – Psychococca 2020

Qualche giorno fra un mio paziente mi ha detto: “Perchè non scrivi un articolo in cui chiarisci che chi viene dallo psicologo non è per forza matto? Sono ancora in troppi ad avere paura di voi”. Ho accondisceso, perché no? Ma ho avuto un’altra idea (merito anche delle intelligenti suggestioni del mio compagno, psicoterapeuta a sua volta). E’ così disdicevole essere matti? O meglio, fuori dal comune, almeno per un periodo della propria vita? Ci sono circostanze così difficili, così emotivamente sofferte, che mi sembra assurdo che, proprio in quelle circostanze, ci venga chiesto (e ci si chieda) di essere, in una parola, sani. Mi sembra una spinta all’omologazione, nel tentativo di ridurre tutto a qualcosa di comune. E’ come se serpeggiasse una paura di tutto ciò che non è compresso in un range di emozioni, vissuti e comportamenti che sono forse meno spaventosi, più condivisibili ed in ultimo più controllabili. Per capirci: sul lavoro ti va di cacca, hai finito una storia da cui sei uscito a tocchettini, tua mamma sta male. E il problema è se ogni tanto scleri? O piangi? O sei intollerante verso tutto e tutti? Quindi, il compito si fa arduo. Magari ci sono situazioni in cui facciamo effettivamente fatica a tenere dritto il timone della nostra barca, ma ci viene data dall’esterno (e poi, in definitiva, da noi stessi) una spinta a tenere tutto in una forma che sia gestibile, condivisibile e quindi non pericolosa. Come si fa? E soprattutto, perché? Ci viene paura di essere etichettati come diversi? Folli, inaffidabili, inadeguati? Certo che sì. Le frasi che mi fanno più ridere sono quelle del tipo: “vorrei che ci lasciassimo bene, da persone adulte. Sì, insomma, senza soffrire troppo”. Io penso che non ci si possa lasciare senza farsi male, senza rompere qualcosa, a livello simbolico ma anche reale. In qualche articolo fa citavo una pressione, una serie di codici culturali e sociali non scritti, secondo i quali dovremmo seguire una certa linea di comportamento e quindi un certo modo di vivere ed esprimere le nostre emozioni, pena l’esclusione dal nostro gruppo di riferimento. Mi spaventa pensare che siamo tutti oggetto di una pressione nel renderci più simili a degli androidi più che a esseri umani. Mi spaventa ancora di più il fatto che facciamo nostre queste pressioni. Le accettiamo, le condividiamo. Voremmo spingerci a sottometterci ad una risposta pre-confezionata, attesa, contenuta, non matta. Chi va dallo psicologo ha fallito in questo compito. Dev’essere rimesso a posto. Come il tagliando alla macchina. Che assurdità. Noi siamo diversi ed unici perché interpretiamo lo stesso evento in modi completamente diversi. Se così non fosse, saremmo nuovamente tutti nella categoria androidi. Ha perso la mamma, quindi x e y. E’ stata adottata, quindi z e n. Wow, e allora per che cacchio si pagherebbe uno psicoterapeuta? Basterebbe un algoritmo. Zuckerberg ne sa qualcosa. La nostra risposta non è  e non potrà mai essere linearmente suscitata da un’esperienza. Infatti noi, spontaneamente, daremmo una risposta, quella risposta e non un’altra, perché quella risposta racconta di noi. E’ intrecciata nella nostra vita, nella nostra storia, nell’idea profonda che abbiamo di noi stessi. Facciamo un esempio, così magari riesco ad essere più chiara. Oggetto: il tradimento da parte del partner. Destinatarie: le mie amiche ed io (Il Trio, se avete letto un mio precedente articolo). Reazioni: la BP (la Bella Perfettina) scatenerebbe, nei confronti del suo uomo, la terza guerra mondiale. Gli toglierebbe subito la firma dal conto, lo bloccherebbe ovunque e mediterebbe una vendetta in perfetto stile hollywoodiano. Risalirebbe a come, quando e quante volte si è verificato tale tradimento da parte del fedifrago. Un mix tra la signora in giallo e Sherlock Holmes (al femminile, ovviamente). Il tutto senza perdere aplomb, piega perfetta ed unghie laccate. Non gli darebbe una seconda possibilità neanche morta, lasciandolo strisciare per mesi e mesi solo per il gusto di dirgli “va te faire foutre!” (l’insulto in francese le si addice proprio. E non solo perché ha una casa in Costa Azzurra, ma perché è tremendamente chic). La BS (Bella Simpatica), cercherebbe di capire che cosa è successo alla sua dolce metà. Si chiederebbe che cosa ha vissuto lui, indagherebbe senza sosta sul perchè, e proverebbe a confezionare una bella spiegazione grandemente dettagliata. Certo, tutto ciò le toglierebbe il sonno e la concentrazione. Avrebbe grandi occhiaie viola e lo sguardo di quando il suo pensiero saetta veloce di qua e di là. Si passerebbe la mano per tirare indietro i suoi bei capelli biondi e ci guarderebbe un po’ spersa. Ci sentiremmo al telefono dalle tre alle quattro volte al giorno, e lei parlerebbe velocissima. Alla fine sarebbe disposta a capire, a discutere e a condividere. Forse proporrebbe una terapia di coppia, per comprendere meglio. Io, invece, scatenerei un uragano, in un primo momento. Urlerei, sbraiterei, butterei i suoi abiti fuori dal balcone, oppure, in alternativa, prenderei i miei dischetti di cotone levatrucco (ne sono tristemente dipendente), le mie creme da giorno e da notte (disperata sì, ma sempre in lotta con le rughe) e sbatterei la porta di casa. Poi si farebbe strada il secondo atto. Attore principale: il mio amicone senso di colpa. Comincerei a chiedermi che cosa ho fatto o non ho fatto per spingere a tal punto il mio uomo. Farei strabilianti ipotesi, probabilmente partendo da presupposti completamente errati, giusto per arrivare al punto che sì, se mi ha messo le corna, non è perché è uno stronzo di proporzioni galattiche (pensiero della Bella Perfettina), né perché è in un momento di vita suo piuttosto merdoso (pensiero della Bella Simpatica), ma bensì perché io sono stata manchevole, distratta, anaffettiva, e chissà cos’altro. Quindi, io ho fatto in modo che mi mettesse le corna. Per farla breve: cornuta sì, ma perché ne sono corresponsabile (sulla mia mania di controllo e di perfezione ne parlerò in un prossimo articolo). Quindi, le nostre risposte, non le pescheremmo certo a caso nel sacchetto dei bussolotti, come faceva la mia insegnante di inglese del liceo, che riposi in pace. Nossignori. Noi, se ce lo permettessimo, daremmo una risposta perché quella risposta (e non un’altra), ha maledettamente a che fare con noi, che ci piaccia oppure no. Io non potrei essere come La Bella Perfettina, La Bella Perfettina non potrebbe pensare di reagire come la Bella Simpatica e via così. Quindi, in breve, quello che rischia di succederci in questo momento storico, è che noi, proprio noi, pensiamo profondamente di dover essere perfetti, coerenti, misurati. Noi, detto in poche parole, ci aspettiamo di reagire come androidi. E ci incazziamo parecchio con chi si permette di essere umano, magari un po’ matto. Per questo lo isoliamo. Perché lui si permette di essere, pensare e fare  da essere umano, come forse piacerebbe fare anche a noi, solo che non ce lo concediamo. E se per un attimo ci permettessimo di vedere la questione diversamente? Se la smettessimo di giudicarci in continuazione? Se mandassimo al diavolo la spinta ad essere androidi anziché umani, matti ed un po’ fragili? Se immaginassimo la nostra vita come una specie di opera d’arte? Un’opera d’arte fatta di colori che possono essere intensi, mentre, in altri punti, dolci sfumature riequilibrano l’acceso utilizzo del rosso passione, del nero cupo, del giallo luminoso. A volte, guardando un quadro, è proprio un’imprecisione nella forma a suscitare un’emozione, così come, in un brano, succede per un accordo che non ci saremmo aspettati, un cambio di ritmo, uno stop che ci toglie il fiato prima che il brano riprenda. Perché, quindi, la nostra vita dovrebbe essere diversa? C’è tanta poesia nella storia delle persone. Se noi guardassimo alle storie delle vite di altri, e quindi della nostra, con uno sguardo poetico, sono sicura che tutto ciò che spinge, tutto ciò che si esprime in punte intense e in vibranti capovolgimenti, passando da drammatiche rotture, le renderebbe portatrici di inaudita bellezza. Quanto possiamo reggere a non essere portatori di tanta bellezza? Per quanto tempo la poesia della nostra vita dovrà stare chiusa in una scatolina? E soprattutto, come ci farà stare? Quante occasioni di cambiamento ci siamo perdendo, proprio perché non ci permettiamo di essere diversi? Quanto sta soffrendo la nostra parte autentica, per il diritto di esprimersi che le viene sistematicamente negato? Lo so, fa una paura terribile. Perché la nostra parte autentica, che potrebbe esprimersi in modi scarsamente convenzionali o addirittura esagerati, un po’ matti, è la nostra parte più genuina. Quella che, una volta mostrata, ci fa sentire strani. Nudi, scoperti, esposti alla luce del sole. Folli, magari. Temiamo forse gli attacchi, temiamo di essere feriti proprio dove la carne esposta è più tenera. Ed è un dolore terrificante. Da rotolarsi su se stessi, respirando piano in attesa che passi. Ma sono davvero indecisa sull’alternativa. Perché in fondo, adeguarsi all’omologazione, evitare di uscire dai binari della cosiddetta, attesa, normalità, non è che non faccia danni. Anzi. L’ansia ci toglie il fiato, la tristezza la teniamo a bada comprando l’ultimo modello di cellulare o trovando costantemente qualcosa da fare per non entrare in contatto con certe emozioni che sono evidentemente bandite da ciò che ci è concesso provare. Forse per questo entrare in psicoterapia fa così paura. Loro, entrano in terapia. I matti. Mica io, il mio vicino di casa, la mia collega. Noi siamo sani. Perché decidere di andare dallo psicoterapeuta significa prendersi la responsabilità di una profonda rottura. Anche se spesso si entra in terapia con l’idea di tornare ad essere omologati. Si chiede a qualcuno che supponiamo più esperto di noi, di toglierci tutto ciò che non ci fa essere più androidi. Ti prego, toglimi la tristezza, toglimi l’ansia, toglimi la rabbia. Tu, terapeuta, da cui mi aspetto saggezza, misura, capacità analitiche e chiarimenti illuminanti, aiutami a tornare ad essere normale. Poi, la sorpresa. La sorpresa consiste nello scoprire che la terapia non servirà ad allontanare certi sentimenti. Al contrario. Servirà a dare loro diritto di cittadinanza. Nella stanza di terapia ci saranno tante sedie, simbolicamente parlando, per ogni parte di noi. Lì, in quei 45 minuti, potranno vivere tutti i nostri aspetti. E ci commuoveremo, ogni volta che sarà loro concesso di vivere, di non nascondersi più. E ad un certo punto, inavvertitamente, la coglieremo. La bellezza. Delle nostre emozioni, dei nostri colpi di testa. E ne vedremo il senso, l’armonia, la poesia. Non è facile, perché la paura è tanta. E non è neanche un processo così lineare. Magari in un dato momento ci permetteremo di cogliere ogni aspetto della nostra esperienza personale e soggettiva come una commovente opera d’arte. In altri momenti, torneremo ad avere paura di ciò che, dentro di noi, percepiamo come fuori dal comune. E’ come un pendolo che oscilla. Perché le nostre vite sono anche questo. Dinamicità, divenire. E’ il fermarsi che crea un disagio psicologico. E’ la rigidità con cui leggiamo noi stessi, con cui ci difendiamo, che crea dolore. Non è il contenuto stesso del modo in cui viviamo e guardiamo noi stessi ed il mondo intorno a noi. E’ la rigidità nell’utilizzare proprio quella chiave di lettura,  quel filtro e solamente quello, sempre lo stesso, che ci ferma, ci cristallizza, blocca un movimento che fa parte della nostra natura. Se si ferma il divenire, noi moriamo, poco alla volta. Per questo ribadisco il diritto e la libertà di essere matti, senza giudizio, anche se spesso nei miei stessi confronti sono stata e sono tuttora un giudice implacabile, terrorizzata di ciò che potrebbe  fuoriuscire dal mio cuore e dai miei pensieri. Succede, non spaventatevi. E’ l’attimo prima di fare il salto, quando cioè si smette di sentirsi folli o inadeguati. Perché il punto non è più restare nei binari. Il punto diventa vivere. Vivere, assecondando il movimento che c’è dentro di noi. Saremo sferzati da grandi emozioni, questo è vero. Ma lo stare fermi con piccoli emozioni soffocate e grandi finestre chiuse a chiave è inumano. Non cercate la perfezione. Per esperienza personale, non funziona. O meglio, potrà funzionare per un po’. Ma poi il costo sarà esorbitante. Ci perderemo. Vero, assecondare la parte di noi un po’ matta evoca lo spettro della solitudine, ma è un dolore passeggero. Perché in realtà non saremo soli. Nel momento in cui permetteremo alla nostra vita di esprimersi come un’opera d’arte, saremo nuovamente innamorati di noi. E se ci saranno alcuni nostri aspetti di cui ci vergogneremo o che ci spaventeranno, non importa. Ce ne prenderemo cura, semplicemente perché: sono parti di noi. Le abbracceremo e le faremo sentire a casa. Bentornate.

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Il Trio, ovvero come sopravvivere al liceo.

Su, ce le ricordiamo tutte. Le amiche del liceo. Quelle con cui hai riso, pianto, confidato segreti, litigato. In un’epoca in cui non c’erano ancora i cellulari, le foto si stampavano e dovevi aspettare che il fotografo sviluppasse il rullino. Il tempo in cui non c’erano tutorial per il make up ed il bio non sapevamo manco dove stesse di casa (giusto per capirci, le mie amiche ed io abbiamo fatto tutto il liceo in un prefabbricato con amianto ovunque. Attaccato ad un asilo, per altro). E andavamo giù di tinte per capelli, permanenti, fondotinta effetto pellicola da cucina e ombretti iridescenti spalmati su tutta (e dico tutta) la palpebra. Le amiche con cui hai ballato fino a quasi perdere i sensi, incurante persino del bello di turno. Quelle con cui hai partecipato a feste di Carnevale, Capodanni, feste di compleanno (a sorpresa e non). Quelle con cui hai fatto gite, subìto punizioni, passando ore e ore al telefono. Quelle con cui ti cagavi sotto per il compito in classe o per l’interrogazione a sorpresa. 

Noi eravamo in tre. C’era la bella perfettina, la bella simpatica e la simpatica. Io ovviamente ero quella simpatica. Provateci voi, ad uscire con due bionde naturali con dieci decimi di vista (ognuna, non in due). Ditelo a me, che ero castana color topo (adesso lo chiamano “biondo cenere”. La mia parrucchiera dell’epoca era molto meno raffinata. Appena ha potuto ha cercato di rimediare con i colpi di sole. Peccato che stessi quasi più di merda di prima… ma almeno era una novità). Non solo. Ero (e sono) praticamente cecata e quindi dotata di occhiali stile binocolo, ora convertiti in lenti a contatto morbide, giornaliere e super fighe. Punti a mio favore: l’altezza e le tette. Ma davvero ci importava poco della competizione tra di noi. Eravamo talmente diverse che ci interessavano uomini diversi e, a nostra volta, interessavamo a uomini diversi. La bella simpatica ed io abbiamo incrociato lo stesso ragazzo, ma in periodi diversi. Il periodo in cui l’ha frequentato lei, per altro, eravamo in Inghilterra e non ci parlavamo perché avevamo litigato (e non a causa del povero malcapitato). O forse, io avevo litigato, il tutto nella mia testa (non era raro) e lei, come al solito, non ci capiva, giustamente, un cazzo. Ma questa è un’altra storia. 

Ci chiamavano il Trio. Solo adesso che sono adulta (piuttosto adulta, ecco) capisco quanto tre donne insieme, solidali tra di loro, potessero far paura ai nostri coetanei, adolescenti ancora non cresciuti. Ricordo tante loro battute da cui però trapelava quasi un sentimento di disagio, quando eravamo tutte presenti. Chissà, forse eravamo un po’ stronze. Senza forse. La nostra ironia, complice e ben collaudata, era in effetti piuttosto tagliente. Quando la bella simpatica (per brevità BS) si era fidanzata con un ragazzo, ne avevamo parlato insieme, tutte e tre. Ma mica perché ci fosse un colloquio di selezione, come per un posto di lavoro. Era perché la BS non era convintissima. E discutendone tra di noi, si era decisa a lasciarlo quasi subito. Lui non la prese benissimo. Anzi, la prese proprio malino. Non potendo pensare che la sua amata avesse cambiato idea così in fretta, ed essendo a conoscenza dell’esistenza del Trio, si era immaginato che si fosse svolta una scena del genere. SB : “Allora, cosa faccio con Tizio? Votiamo”. E, sempre secondo lui, la votazione era andata a suo pieno sfavore. Tempo stimato per decidere del futuro della nuova coppia: 20 secondi netti. Quindi non gli siamo andate a genio per un sacco di tempo, anche se io lo trovavo davvero molto simpatico. Pazienza, sono cose che capitano. Il Trio aveva le sue regole, non scritte, ovviamente. Regola numero uno: i nostri genitori avevano sempre e rigorosamente torto. Regola numero due: la scuola non era un argomento ritenuto interessante (le persone sì, ma l’andamento scolastico assolutamente no). Regole numero tre: non ci si pesta i piedi per un ragazzo (il che non è poco). Regola numero quattro: in presenza di altre persone, non ci davamo addosso, non ci rivolgevamo battute stronze. Quando eravamo sole, il discorso era diverso. Una volta la bella perfettina (per brevità BP) aveva malauguratamente avuto l’idea di raccontarci una barzelletta. Non era sua abitudine, quindi probabilmente aveva deciso di raccontarcela perché doveva essere davvero molto divertente. Era andata più o meno così. BP: “Vi racconto una barzelletta. Su un aereo ci sono un italiano, un inglese ed un francese. Ad un certo punto l’aereo ha un’avaria al motore. E l’inglese dice…”. Si inserisce la BS, rubandole la parola: “C’è un solo paracaduteeeeeeee….”. Io ovviamente comincio a ridere, ma la BP, essendo per l’appunto perfettina, non coglie l’umorismo insito nell’interruzione. E quindi si spazientisce leggermente (una vera signora come lei non si sarebbe certo incazzata come un muflone). Prosegue. “No, no, non va così. Quando l’aereo ha l’avaria l’inglese dice..”. Ed io: “C’è un solo paracaduteeeeeeee….”. Le risate cominciano ad essere un po’ sguaiate. Ma la BP non ride per nulla. “Ma siete stronze? Daaaaaaiiiiiiiii!! No, non è così. Allora, l’aereo ha questa avaria, quindi l’inglese va a vedere cosa succede nella cabina di pilotaggio. A questo punto il francese dice…”. BS: “C’è un solo paracaduteeeeeeee….”. A quel punto avevamo le lacrime agli occhi dal ridere. La BP no. Era davvero incazzata. “Va beh, visto che siete stronze, adesso non ve la racconto più”. E l’ha fatto sul serio. Ancora adesso la BS ed io ci chiediamo come cazzo sarebbe finita quella barzelletta che ci aveva fatto morire dal ridere, anche se incompiuta. Al di là della nostra proverbiale stronzaggine, soprattutto etero-diretta, ci siamo davvero date una mano. Mi ricordo una volta in cui ero stata lasciata dal mio fidanzato. Stavo veramente malissimo. E ho questa immagine della BS che mi sbuccia una mela e la fa a fettine per farmi mangiare qualcosa. Subito dopo, mi dà un Tavor per la notte. Eh, le amiche. Mi ricordo quando la BP mi era venuta a prendere a casa mia, perché avevo litigato in modo talmente violento con la mia sorellastra che non ero in grado di guidare, ma dovevo assolutamente uscire di casa. Aveva mollato tutto, preso la macchina della mamma, attraversato la città e si era precipitata da me. Vero, ci siamo prese in giro per le nostre piccole fragilità. Ho sfottuto la BS per anni per una minigonna di jeans a balze stile tutù da danza, con la quale saltellava per tutto il corridoio del liceo durante l’intervallo. Lei mi ha preso in giro perché le mie ciglia, anche dopo mille e una passate di mascara, tendevano orgogliosamente verso il pavimento, oppure perché organizzavo sempre le nostre uscite in modo da essere vicino a casa mia, costringendo loro a farsi i chilometri. Abbiamo preso in giro la BP perché non potevi avvicinarti alla sua giacca di montone (desiderata per 6 mesi ed arrivata come regalo di Natale), e men che meno potevi toccarle neanche per sbaglio i capelli o il trucco appena fatti. Figuratevi le unghie fresche di smalto. Una volta, in vacanza in Francia, la BP ed io abbiamo fatto saltare il contatore di tutto il campeggio perché abbiamo azionato entrambe i nostri potentissimi phon al massimo. Giusto per capirci. Mi ricordo i nostri pranzi a casa (sempre vuota perché era pensata proprio per i suoi figli) del papà della BS. Erano i nostri momenti, dove riuscivamo a ridere di tutto,  facendo girare una sigaretta, avendo allo stesso tempo paura e voglia del futuro. Ricordo quando, nei locali, ballavamo noi tre, in un mini-cerchio in cui nessuno poteva entrare. In quel momento c’eravamo solo noi. Felici, spensierate. Mamma mia, che bei momenti.

Oggi la mia amica BS è ancora l’amica che sa più di me al mondo. Ci siamo perse, ci siamo ritrovate, abbiamo ri-litigato, io sono sparita (mi viene benissimo, evidentemente), ci siamo ritrovate per quei caffè lunghi 4 ore, facendo shopping nella città dove siamo cresciute e dove è cresciuta la nostra amicizia; una città bellissima dalla quale siamo ora entrambe lontane. Con la BP credo di averci litigato, molti anni fa. Talmente tanti che non mi ricordo più il motivo.  Ma il Trio resta e resterà sempre nel mio cuore. Ho un’immagine in testa, che forse riassume tutto di noi. E’ una serata di primavera. Ha piovuto, a tratti, per tutto il giorno. Non siamo riuscite ad organizzare niente di che, forse perché è un giorno infrasettimanale. Così andiamo a fare un giro in centro. L’unico ragazzo presente è proprio Tizio. Ve lo ricordate? Quello della votazione. Era passato a prendere ognuna di noi, bofonchiando sul fatto che ci stesse facendo da tassista. Ad un certo punto abbiamo cominciato (come nostro solito) a fare le sceme. L’immagine è questa: stiamo correndo, con l’aria fresca sul viso, in una delle piazze più belle della nostra amata città, nell’area centrale, che è pedonale, mentre il traffico ci gira intorno. Io ho sulle spalle la BS, che benché non piova, ha aperto e tiene saldo il mio mega-ombrello arcobaleno. Corriamo, cantiamo e ridiamo, mentre Tizio ci segue camminando e vergognandosi non poco. Ma credo che sotto, sotto, stesse sorridendo in direzione del Trio, che, ça va sans dire, stava davvero dando il meglio di sé.  

Ancora una volta: abbiate cura di voi. Dei vostri ricordi adolescenziali, delle vostre spensieratezze e delle vostre follie di allora. Tenetele strette al cuore. 

Be safe!

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Under Pressure: quarant’anni fa, quaranta minuti fa

Ed eccola, che passa quasi di soppiatto, nascosta nella mia playlist che, quando scrivo, mi propone tutte le mie canzoni in modalità shuffle. Under Pressure, Queen e David Bowie, 1981. Mi fermo ed ascolto il testo… o meglio, il testo lo conosco da quando cantavo questa canzone con i miei amici più cari, al liceo, magari durante un’ora buca. In quel periodo i Queen erano tra i nostri preferiti. E’ che questa volta, quasi inconsapevolmente, mi accorgo di quanto questo brano parli di noi, del nostro presente, in questa solitudine da quarantena. I Queen e David Bowie partono da un brano incompiuto, Feel Like, che pare non soddisfare nessuno. Ma pensa. E così, durante una jam session nello studio di David Bowie nasce People on Streets, ribattezzata Under Pressure. Urka, avrei voluto essere una mosca per vedere nascere questo brano. Ma ciò che mi tocca davvero è l’emozione che suscita. “La pressione mi butta giù / Ti schiaccia, nessuno lo vorrebbe / Sotto la pressione / Che riduce in cenere un palazzo / Divide una famiglia in due / Getta le persone sul lastrico / E’ il terrore di sapere / Come è fatto il mondo / Guardo alcuni cari amici / Che gridano “tirami fuori” / Prego che domani riuscirò a risollevarmi / Pressione sulla gente / La gente per strada / Fatto a pezzi / Prendo a calci il mio cervello / Questi sono i tempi / In cui piove sul bagnato (…) Ho voltato le spalle a tutto come un cieco / Senza prendere decisioni, ma non funziona / Continuo a trovare l’amore / ma è così distrutto / Perché / L’amore / La follia ride mentre / noi andiamo a pezzi / sotto la pressione”. La solitudine obbligata di questi giorni, la pressione, non è per tutti uguale. Cristallizza le cose e quindi ci costringe a fare i conti con l’esistente. Non solo un esistente in termini di politica, economia, futuro, finanze. E’ la nostra vita. Sogni, desideri, consapevolezze, bisogni, paure, lutti.  Le carte sono lì, sono sempre state lì, ma adesso sono scoperte e girate sul tavolo. E no, non possiamo volgere lo sguardo altrove. In tutto questo c’è chi ce la fa discretamente. Io vivo spesso nei meandri dei miei pensieri e quindi questa situazione non cambia granché le cose. Anzi, nel mio caso specifico ha regalato tempo a ciò che io di solito faccio mentre mi occupo di altro, perché stare seduta a guardare nel vuoto ancora non me lo concedo granchè, in tempi normali. Da sempre vivo questa capacità di isolarmi, in una bolla, presa dalle mie pippe mentali tra l’ossessivo ed il sogno ad occhi aperti, mentre da un punto di vista pratico divento quasi maniacale. Ma attenzione: nella mia maniacalità, le attività preferite sono quelle che in apparenza non hanno bisogno di una presenza a se stessi e quindi mi capita, ad esempio, di iniziare tre cose nello stesso momento. Che so, cucinare, pulire un pezzo della cucina e mettere su una lavatrice. Salvo poi dimenticarmi tre quarti dei passaggi che servono. Mettere due volte il sale, buttare in asciugatrice la mia maglia preferita in cashmere, dimenticarmi qualcosa che il mio compagno mi ha, gentilmente come sempre, chiesto di fare per lui. Cose del genere, con buona pace della mindfulness. Perché io in realtà sono nel mio mondo ed il resto quasi non esiste. Lo so, non mi fa onore, anzi, diciamola tutta, talvolta mi fa anche un po’ vergognare, perché mi sento una stronza egoista con i fiocchi ed i controfiocchi. Ma ora ho davvero tutto il tempo per avere un posto in prima fila mentre i miei pensieri scorrono. Mi sento quasi autorizzata. Forse questo è possibile perché la mia ansia non raggiunge (ancora) livelli di allarme, o forse perché talvolta i pensieri che faccio sono su cose proprio fighe, o perché ho bisogno di capire che cacchio mi stia succedendo. C’è invece chi, i pensieri, ha bisogno di fermarli. Perché fanno troppo male. Perché portano sempre ad un bivio. E non si riesce a scegliere. Non c’è via d’uscita. Prendo a calci il mio cervello / Questi sono i tempi / In cui piove sul bagnato (…) Ho voltato le spalle a tutto come un cieco / Senza prendere decisioni, ma non funziona. Sono dubbi in cui la mente è avvolta, sottili come un filo di ragnatela. E ugualmente appiccicosi. Insomma, sento una grande tristezza nella sopportazione di qualcosa di cui non si vede la fine, anche se cerco di distrarmi, ad esempio, cucinando (l’altro giorno ho fatto delle meringhe a forma di cacche… le abbiamo chiamate “le merdinghe”). Perché, siamo onesti: a volte porsi dei piccoli obiettivi aiuta a vivere meglio. Allora, il prossimo weekend andiamo a fare un giro in un’altra città. Andiamo alle terme. Al cinema è uscito quel film che volevo vedere. Vedo Tizia per un nuovo progetto. Cerco una gonna da abbinare a quella maglia che non metto mai. Ora è tutto azzerato, ed è una strana situazione, che ti tira giù. E’ come stare in apnea. Aspettando che passi, aspettando che finisca, aspettando che vada un po’ meglio. Ed è inevitabile guardarsi indietro, visto che guardare avanti forse fa paura. Che ne ho fatto della mia vita, fino ad ora? Ho sprecato del tempo, oppure certe esperienze sono state comunque necessarie a diventare la persona che sono ora? Chi ero? Chi sono diventata? Come voglio cambiare la mia vita, quando tutto questo finirà? Penso che molte persone prenderanno grandi decisioni, quando la normalità della vita quotidiana tornerà ad affacciarsi. Credo che molte coppie scoppieranno. Perché hanno scoperto che non hanno più nulla da dirsi. Nuove coppie prenderanno il volo, perché scopriranno che stare distanti un mese e mezzo è stato un inferno. Forse ci sarà chi deciderà di non tornare al vecchio lavoro. Ci sarà chi deciderà di dare il via a qualcosa di nuovo. In ogni caso, sento che i prossimi mesi avranno bisogno di una grande dose di coraggio, da parte di tutte quelle persone che, in questi giorni di quarantena, hanno chiaramente visto e sentito chi sono. Hanno finalmente preso consapevolezza dei pesi che da anni portavano sulle spalle. Semplicemente, ci avevano fatto il callo. Non li sentivano neanche più. Come quando un mal di testa sordo e costante inizia a passare dopo aver preso una pastiglia. Hanno messo a fuoco i loro desideri. Il viaggio che non hanno mai organizzato. La nonna lontana che non vedono da tempo. L’amica con cui non parlano più e neanche si ricordano perchè. Molti stanno scoprendo che rendersi utili, in qualsiasi modo, mettendo a disposizione le proprie competenze, il proprio denaro, la propria esperienza, il proprio tempo a favore dei più fragili fa stare meglio. Contribuisce a dare un senso a tutto questo. E così, un bel giorno, forse (io lo spero vivamente) ci scopriremo persone migliori. Un po’ malconce, forse, ma migliori.

Non possiamo concederci un’altra possibilità? / Perché non diamo all’amore / un’altra possibilità? / Perché non diamo amore? / Perché l’amore è una parola / antiquata / E l’amore ti fa prender cura / delle persone / che vivono ai margini della notte / E l’amore ci fa cambiare il modo / di prenderci cura di noi stessi / Questa è la nostra ultima danza / Questa è la nostra ultima danza / Siamo noi stessi /Sotto pressione.

Quindi, mai come ora: abbiate cura di voi.

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Sopravvivere in emergenza: vita di un’eroina comune.

Felicità dei miei nonni. Foto scattata da un loro amico negli anni ’60.

L’eroina citata nel titolo non sono io. Assolutamente no. Mi riferisco alla persona più speciale e coraggiosa che io abbia mai conosciuto, che ha passato guerre, carestie, lutti, con una forza da leone. La resilienza lei se la metteva in un panino al mattino. A certi personal coach avrebbe fatto un mazzo così, senza scomporsi di una virgola. E, diciamola tutta, anche a certi psicologi. Parlo di mia nonna. Morta 15 anni fa, mi ha lasciato una splendida eredità, di cui ho usufruito tutti i santi giorni che Dio ha mandato in terra, considerato che mi ha allevato lei. Nata all’inizio del secolo in una famiglia poverissima, in un piccolo paese del Nord. Quando sua mamma ( la mia bisnonna) diceva che per cena c’era la carne con le patate, intendeva che aveva fatto il brodo con scarti di bovino e ci aveva messo una quantità di patate oltre misura. Altro che Masterchef. Ha fatto i conti con una mamma giovane e severa, molto acculturata per l’epoca. La mia bisnonna leggeva, spesso tutta la notte, alla luce del lumicino ad olio. Suo marito le faceva una testa così perché sprecava l’olio delle lampade per un vezzo che mal si addiceva ad una donna: leggere. I libri li aveva dalla maestra dal paese. Ogni settimana la maestra gliene mandava qualcuno, che poi la mia bisnonna restituiva la settimana dopo. Il corriere di turno era mia nonna, ancora bambina. Ha sempre odiato questo scambio, perché avveniva con il freddo (quello vero), con la pioggia, con il sole bruciante. Per questo non ha mai letto granché, soprattutto se i libri si presentavano voluminosi. “Non ho pazienza”, mi diceva, “perchè ho fretta di vedere come va a finire”. Certo, farsi un’idea che quello che poteva succedere era un bisogno radicato. Mia nonna aveva vissuto la prima guerra mondiale da piccolissima e successivamente aveva assistito impotente all’emigrazione di alcuni parenti stretti in America. Aveva visto morire di appendicite uno dei suoi zii preferiti, ancora giovane. Erano andati in tre ragazzi del paese a farsi operare in città. Erano morti tutti. Non male come casistica. Diventata giovane adulta, si era innamorata dell’uomo più affascinante e carismatico di quelle colline. Mio nonno aveva fatto mille lavori per sopravvivere. Il falegname, il fabbro, l’imbianchino… ma i tempi erano duri e chi aveva del lavoro lo teneva prevalentemente per sè. Essendo la fame un comune denominatore, rubacchiava frutta dagli alberi sfidando i contadini che passavano la notte a fare la guardia ai loro campi, con tanto di fucile. Playboy indiscusso, si diceva che possedesse una pistola… insomma un mezzo gangster dal cuore buono. Quello che non si sapeva era che spesso rimaneva a letto per le cinghiate del padre, al quale giungevano all’orecchio le imprese goliardiche di questo figlio disgraziato. Bene. Mia nonna non era sicuramente la bella del paese. Ma era intelligente, ironica in un modo assolutamente pungente, e, soprattutto, non aveva minimamente intenzione di spasimare per l’uomo che le aveva rubato il cuore. Ma nemmeno per il cavolo. Quando si stavano frequentando da poco, mia nonna si doveva cucire il vestito per la festa del paese, che all’epoca era una specie di serata degli Oscar. Si aspettava con ansia per tutto l’anno. Lei aveva visto su alcuni giornali femminili, dalla sarta da cui stava imparando a cucire, che nelle grandi città erano tornati di moda i vestiti lunghi fino alle caviglie. Quindi decise che sarebbe stata all’ultima moda, con un vestito lungo. Incautamente, raccontò all’uomo con cui si “parlava” (sinonimo del “frequentarsi” di oggi) del suo progetto. Lui non fu per niente d’accordo. Pensava che tutto il paese l’avrebbe derisa e lui non voleva rimetterci. Andava bene passare da gangster, ladro, sciupafemmine, ma coglione proprio no. Mia nonna fece spallucce e non cambiò idea. Non si mosse di un millimetro, mentre il seducente, bello e dannato passava dalla persuasione alla minaccia. Le disse: “Se vedo qualcuno che ride di te, al ballo, tra noi è tutto finito!”. “Bene, ci sto!” gli urlò in faccia mia nonna. Figuriamoci se avrebbe mai permesso ad un uomo di porle dei limiti. Si era presa già un sacco di ordini e botte da sua madre, era vissuta a fame ed impotenza e non aveva certo intenzione di ripetere l’esperienza. Non si videro più fino alla festa. Mia nonna sapeva il fatto suo in fatto di guerra fredda, orgoglio, pregiudizio. Le cime tempestose lei le metteva nella pasta. Via col vento era ottimo giusto per asciugare il bucato, rigorosamente fatto bollire per farlo diventare più bianco (abitudine che mantenne negli anni. Non vi dico i miei poveri reggiseni come diventavano). Lavorò ancora più alacremente al suo vestito, che neanche a dirlo, fu stupendo. E soprattutto, le stava d’incanto, esaltando il suo vitino da vespa e le sue forme molto generose (pareva che mia nonno avesse perso la testa, inizialmente, proprio per quest’ultime). Giunse la sera del ballo. Mia nonna in lungo, altezzosa e stronza; mio nonno, incazzato come un’ape, sul palco, trombettista autodidatta dell’orchestra del paese. Certo, oltretutto da lì avrebbe avuto una splendida visuale sulla sala. Il risultato fu che mia nonna venne invitata a ballare tutta la sera, senza mai stare ferma, nemmeno un giro. Era oggetto del desiderio soprattutto dei ragazzoni del paese vicino, che avevano l’abitudine di vestirsi tutti in modo simile. Insomma, i popolarissimi giocatori di rugby della situazione. E mia nonna non poteva certo farsi sfuggire l’occasione di voltare la testa dall’altra parte, tutte le volte che finiva a danzare sotto il palco. Lei, mio nonno, non voleva proprio guardarlo in faccia. Quando l’orchestra fece una pausa, mio nonno chiese ad un’amica comune di dare appuntamento a mia nonna all’ingresso della sala per andare a prendere un gelato insieme. Lei si presentò e quando scorse il suo futuro marito la lingua fu più veloce dei suoi passi. “Allora!”, gli disse sarcastica quanto più poteva, “Hai visto qualcuno che mi ha derisa, questa sera?”. Lui capitolò e le disse “Basta, basta con questa storia! Andiamo a prendere questo gelato!”. Uno a zero per la sartina. Probabilmente quella sera aveva scassinato il cuore del gangster, dimostrandogli che poteva tenergli testa. E vincere. Lui si innamorò perdutamente, e decise di chiederla in sposa. La mia bisnonna non era per nulla contenta di avere come futuro genero un disgraziato, senza un lavoro fisso, ladro e perfino un po’ puttaniere. Figuriamoci. La sera in cui lui si presentò per fare formale richiesta della mano di mia nonna, la discussione si fece lunghissima. La mia bisnonna (perchè evidentemente comandava lei, in casa) non mollava e lui le provava tutte per convincerla. Mia nonna, manco a dirlo, non aprì bocca. Anzi, visto che s’era fatta ‘na certa, decise di mollare i due a discutere e di andare a dormire, quasi annoiata. Ma ci si può credere? Sua madre ed il suo fidanzato stavano discutendo del suo futuro e lei che fece? Andò a letto. E sono sicura che dormì come una bambina. Vai a capirla. Si sposarono, ebbero un unico figlio (nato con difficoltà dopo 5 giorni di travaglio,  circostanza in cui entrambi, madre e figlio, rischiarono la vita). Mio nonno, deciso ad essere padre e marito responsabile, partì per la campagna in Africa, perché sapeva che al rientro in Patria avrebbe avuto un lavoro assicurato. Lei rimase sola con il bambino, respinse pretendenti incuranti del fatto che fosse sposata, tirò ancora di più la cinghia, si occupò di suo figlio e mise da parte i soldi dati dal sussidio fascista, vivendo solo del suo lavoro di sarta. Testa bassa, tenne duro senza sapere se suo marito fosse vivo o morto. Se l’avrebbe mai più rivisto. Quando mio nonno rientrò, malato ed in fin di vita, spese tutti i risparmi per farlo curare e gli salvò così la vita. Non ce n’era abbastanza da dire “grazie” e stare tranquilli? Macchè. Decisero di aiutare i partigiani. Riuscivano a nasconderli perché la casa aveva un accesso dalla valle, nascosto alla strada. Un giorno arrivarono i tedeschi per un controllo. “Avete armi?” fu la prima domanda. “Sì”, disse mio nonno, che nel frattempo aveva imparato a masticare qualche parola in tedesco, “ve le mostro”. A mia nonna prese un colpo. “Che cazzo fa? Adesso ci ammazzano tutti”. Infatti i tedeschi non erano sembrati contenti. Avevano spianato i fucili. Mio nonno tornò con un cannone di legno, giocattolo del figlio. Rise lui per primo, con una risata che contagiò i tedeschi, e la cosa finì a tarallucci e vino. Qualche giorno dopo mio nonno andò nella cantinetta di casa per prendere una bottiglia di vino. Nel voltarsi per tornare in casa, vide qualcosa dentro il pozzetto naturale, nell’angolo buio della cantinetta. Fece luce, e quello che vide per poco non lo fece stramazzare a terra. Ben legati tra di loro c’erano un fascio di fucili, nascosti dai partigiani senza avvertire i miei nonni. In pratica, lo scherzo di mio nonno con il giocattolo di mio padre aveva evitato una perquisizione. Se ci fosse stata, probabilmente ora io non sarei qui a scrivere la loro storia. Credo che dissero giusto due paroline ai partigiani. Finita la guerra, si trasferirono in città, mio nonno diventò ferroviere (anzi, prima fuochista e dopo pochissimo tempo macchinista, ci teneva a precisare mia nonna piena d’orgoglio). Diedero innumerevoli feste nel loro appartamento. Andarono a ballare spesso e volentieri, ma sempre separati. Cioè, andavano insieme, ma una volta dentro alla sala da ballo, uno a destra e una a sinistra. Danzavano insieme giusto un paio di brani, mettendo peperoncino su un piatto già evidentemente piccante. Sperimentarono il razzismo, perché erano paesani in una città di fighetti. Mia nonna, quando usciva di casa, parlava il meno possibile per non farsi sgamare. Prendere il tram con mio padre era per lei una tortura, perché lui, bambino, pieno di gioia nel vedere la grande città, non stava zitto un attimo, esprimendosi con forme dialettali che denunciavano le loro origini. Crebbero questo figlio usando tutte le loro risorse per farlo studiare. Mia nonna lo rincorreva con la scopa, mio nonno lasciava a lei le redini della casa e del figlio un po’ indolente. Se la situazione si faceva calda, in casa, mio nonno infilava la giacca ed usciva. Andava a lucidare la sua locomotiva a carbone (ma veramente mia nonna si è bevuta questa manfrina per anni?). Lei decideva molte cose, ma sui cambiamenti relativi alla sua persona (forse memore della storia del vestito lungo), era sempre un po’ in ansia. Lo fu quando decise di tagliarsi i capelli. Lo fu la prima volta che si mise il rossetto, comprato di nascosto. Aveva sempre paura di non piacergli. Lui, per tutta risposta, al ritorno da un viaggio in Russia fatto con i colleghi, le portò un bellissimo portacipria in oro. Rimase vedova a sessant’anni. Di mio nonno parlava ogni tanto. Le si illuminavano gli occhi quando me lo descriveva. “Aveva dei capelli bellissimi, facevano tutte onde… e aveva gli occhi di un azzurro chiaro, che quando pioveva diventavano grigi…”, e giù sospiri. Fu una vedova cupa ma non troppo, visto il giro di amiche che andavano a trovarla. E poi iniziò un’altra fase della sua vita, quando mio padre sposò mia madre, una donna che non le garbava affatto (penso che per il suo unico figlio, neanche la regina d’Inghilterra sarebbe stata all’altezza). Fu quindi una suocera terribile e stronza, ma la vita le diede l’occasione di rimediare. A 70 anni suonati tornò a fare la madre, per me, dopo la morte della nuora tanto odiata. Litigammo per tutta la mia adolescenza, mi sostenne nel mio corso di studi, cucì per me vestiti fantastici, mi trasmise, fondamentalmente, un’enorme dose di buon senso e di coraggio. Mi insegnò che anche se la vita poteva essere dura, questo non era un buon motivo per inaridirsi ed erigere attorno a sé un muro. Lei esprimeva le sue emozioni come su un ottovolante, rimpiangendo di non essere nata “orsa”, ovvero insensibile. Aveva pesanti dubbi sulla scelta del mio ex-marito, ma rispettò la mia decisione e non si intromise. In sua presenza non perdeva occasione di ricordargli che io portavo in dote un dono molto prezioso: avevo studiato ed avevo in mano una grande professionalità, con buone possibilità di carriera. Negli anni detestò, questa volta più cordialmente, le compagne di mio padre. Si fidanzò, informalmente, a quasi novant’anni, con un cugino alla lontana che le era stato di aiuto quando mio nonno era in Africa. Chissà, probabilmente c’era del tenero già allora, ma erano entrambi troppo seri e rispettivamente molto sposati per darvi un seguito. Al pranzo per i suoi 90 anni mangiò tutte le portate (impresa che non riuscì alla maggioranza delle persone sedute al suo tavolo), bevve un bel bicchiere di vino e sfilò dalle dita di una commensale la sigaretta accesa. Nonna?!?!?!? E poi mimò solo il gesto di portarsela alle labbra per aspirare. Secondo me fumava di nascosto, la stronza. Riuscì a vedere mio figlio, il suo bisnipote, il suo orgoglio. Avevano 92 anni di differenza ed insieme erano pericolosissimi, perché erano paradossalmente simili nell’essere scapestrati. E meno male che lei non camminava quasi più, altrimenti avrei dovuto sudare sette camicie per evitare che uno dei due incappasse in qualche incidente domestico.

Non lasciò fare di testa sua neanche alla morte. Disse alla sua badante rumena (odiata per i primi due mesi e amata smisuratamente per tutto il resto del tempo), in procinto di tornare al suo Paese per un mese, che l’avrebbe aspettata per morire. E fu così. Fu ricoverata un paio di giorni dopo il ritorno di questa splendida donna, con la quale aveva strutturato un rapporto intimo e di grande tenerezza. Morì dopo qualche giorno di accesi dialoghi con persone che solo lei poteva vedere, in primis suo padre, il mio bisnonno, del quale non parlava mai.

In questa situazione di emergenza legata al Coronavirus non posso a fare a meno di pensare a lei. A mia nonna, non alla badante (che per altro, ormai, è una di famiglia e ha, a sua volta, i coglioni quadri. Nonna docet!). Cosa mi avrebbe detto in questa situazione? A) Non perderti in scene da isterica vittimista, non sta bene. B) Si fa con quello che si ha. Se stai bene, hai da mangiare ed un tetto sulla testa, il resto non conta. C) Usa questo tempo per fare qualcosa che ti ritroverai quando le cose andranno meglio. D) La nostra famiglia è nata sotto una cattiva stella, ma non ci si deve piegare a questo fatto (“Nonna, ma perché dici questo?” – “Perchè è vero.” – “E come fai a sapere che è vero?” – “Perchè lo dico io”. Fine del discorso). E) Qualche Santo provvederà. F) Sei sempre gobba, stai dritta con la schiena. G) Hai già pensato a cosa preparare per cena alla tua famiglia? (Frase in genere pronunciata alle sette del mattino). H) Trova un modo per risparmiare. Per esempio, è proprio necessario usare questo computer con la luce della stanza accesa?

Lei ce l’ha fatta in situazioni ben più complicate di quella in cui noi ci troviamo a vivere oggi. Ho voluto raccontarvi la sua storia per infondervi coraggio, il suo stesso coraggio, e farvi sorridere. I miei nonni hanno riso tanto, tantissimo. Alla faccia della fame, della guerra, dei soldi che mancavano.

Spero di aver raggiunto il mio obiettivo.

Abbiate cura di voi, ora più che mai. 

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“Emma sono io”, ovvero: quando l’essere autentici spacca (ma poi ricompone).

In questo periodo di reclusione forzata a causa del Coronavirus ho avuto l’occasione di guardare alcuni film davvero interessanti. Beh, non che prima non ne guardassi, ma quelli visti in questi giorni, a differenza di altri periodi, me li ricordo (Scena di vita quotidiana prima del Coronavirus: il mio compagno: sì, dài, l’abbiamo visto, è quel film con ** e **. Io: … mmm … Il mio compagno: ma sì, che succede così e così… Io: .. ah, sì, ho capito… quello in cui c’è una barca e poi… Il mio compagno: ?!?!? Ma quale barca? No, ti confondi… dài, che poi succede questo e quello… Io: (silenzio e occhi da coniglio in autostrada). Il mio compagno: vabbeh, lo abbiamo, possiamo rivederlo…). L’altra sera abbiamo visto un film del 2002 di Francesco Falaschi, con Cecilia Dazzi, Marco Giallini e Piefrancesco Favino. Una commedia che si intitola “Emma sono io”. Emma, la protagonista, è una pediatra nonché Assessore di un piccolo paese della Toscana. Perfettina, tranquilla, formale, sobria. Questo perché da anni assume una terapia a base di sali di litio per contenere la sua ipomania. Purtroppo (o per fortuna), in concomitanza dei giorni che precedono il matrimonio di una cara amica che dovrebbe proprio svolgersi nel casolare di Emma e di suo marito, il farmaco, per un errore di spedizione, non è disponibile. Emma si rassegna ad aspettare, ma i suoi sintomi emergono prepotenti, colorando di emozioni e travolgendo lei ed i suoi cari (marito, amici e padre). Va da sè che in questo film l’ipomania è raccontata in modo leggero e scanzonato, mentre in realtà conviverci senza farmaci è doloroso e sicuramente faticoso. L’ipomania spinge infatti la vita ad una doppia velocità. Meno sonno, attivazione continua per qualsiasi cosa, distraibilità e deficit dell’attenzione, comportamenti rischiosi, una parlantina senza soste… insomma, un motore che gira al doppio della velocità normale e che non esaurisce mai il carburante. In questa fase Emma abbandona il suo bob liscio a vantaggio di una testa di capelli ricci, compra abiti colorati dimenticando i suoi seri vestiti beige e, soprattutto, non utilizza più la mediazione in ciò che comunica. Emma perde il filtro del polically correct, in poche parole, e manifesta chiaramente le sue emozioni: rabbia, allegria, dolore. Questa sua modalità “senza filtri” produce una serie di effetti a catena, in cui Emma spiattella molti non detti alle persone a cui tiene, spaccando equilibri a tutto andare, ma tant’è, le situazioni e le relazioni si ricompongono in un modo più salutare per tutti (e poi basta, se no spoilero, e non voglio). Finito il film, mi sono sentita come liberata. Oddio, non perché io sia ipomaniacale (forse). E mi sono chiesta quante volte mi è capitato di mordermi la lingua, o meglio, quante volte mi è capitato di ripensare la frase che mi salirebbe alle labbra spontaneamente, per renderla più “digeribile” a chi ho di fronte. Devo dire che in realtà mi sento molto più spontanea con i miei pazienti, forse perché dopo parecchi (e non vi dirò quanti, ma fidatevi, un numero discreto) di anni di lavoro come psicoterapeuta, ho imparato a fidarmi dei miei pensieri, delle mie emozioni e soprattutto delle mie intuizioni. Quindi, in poche parole, mi sento legittimata, anche perché ho potuto saggiare di persona gli effetti di un comunicazione chiara e onesta (a volte forse un po’ a gamba tesa, è vero, ma i miei pazienti sembrano sopravvivervi benissimo). Cosa mi trattiene dall’espressione di quello che sento e penso, in modo chiaro?Cosa ci trattiene ( dico “ci” perché credo di non essere la sola), in generale? La prima cosa che mi viene in mente è la protezione dell’altro, come se non fosse mai abbastanza forte o preparato da reggere i nostri sentimenti (soprattutto quelli meno popolari. Credo che nessuno abbia problemi ad essere investito dalla gioia. Ma provate con l’incazzatura…). Quindi, al primo posto la protezione dell’altro. Al secondo posto metterei la paura di essere inadeguati. O esagerati. O imprevedibili. Purtroppo credo che la società di questi ultimi anni ci abbia legato a schemi di comportamento più di qualsiasi legge repressiva. Il problema è che l’ha fatto con leggi non scritte, con punizioni non previste da uno Stato, ma dalle stesse persone che frequentiamo ogni giorno. E queste leggi, in quanto non scritte, non evidenti, sono quindi molto difficili da contestare. Manifesti la tua incazzatura? Sei una pazza sclerata. Fai vedere la tua tristezza? Che palle, non ti inviteranno alla prossima apericena della palestra (davvero un dramma). Mantieni salde le tue convinzioni? Sei ingombrante, pesante, e quindi meglio girare alla larga da una così. Questo se sei donna, perché se sei un uomo, potresti al contrario essere incoronato nuovo maschio alfa della settimana. Piangi? Se sei donna hai il ciclo o sei in menopausa, se sei uomo sei così dolce, fragile, umano, ma verrai depennato seduta stante dalla lista dei papabili fidanzati per entrare, gloriosamente, nella lista degli amici sulla cui spalla piangere quando lo stronzo di turno ti avrà detto che no, neanche questa volta lascerà la moglie per te. Quindi, in poche parole, essere chiari con se stessi e con gli altri mina pesantemente la nostra posizione nella classifica di gradimento del nostro contesto sociale. Il che suona come una minaccia paragonabile alla caccia alle streghe, che alla fine non prevede il rogo bensì: LA SOLITUDINE. Quindi, riassumendo, ci facciamo violenza, voltiamo la testa, chiudiamo gli occhi, ci tappiamo la bocca per evitare di restare soli. Soli non per nostra scelta (fatemi poi conoscere qualcuno che sul serio sceglie di fare l’eremita e ne scriverò almeno 10 articoli), ma perché emarginati. Manco i contagiati dal Coronavirus. Al terzo posto (e qui mi fermo, il podio mi sembra sufficiente per oggi), può esserci la ragione del dubbio, ovvero: no, ma magari non è così, chi sono io per dire a Tizio o Caio questa cosa? No, forse ho capito male, ci penso ancora un attimo a bocce ferme. Quindi ci facciamo il nostro fantastico processo nel nostro Tribunale interno, con, di norma, un Giudice molto severo e rompicoglioni (bravi, il Super-Io). Peccato che il nostro avvocato al momento dell’udienza non si presenti, e quindi saremo inesorabilmente dichiarati colpevoli. La pratica sarà archiviata ed il nostro interlocutore reale non saprà mai nulla dei nostri turbamenti interiori, delle nostre emozione chiuse in quella pratica dimenticata, del nostro processo interno. Anche se poi gli faremo pagare, questa nostra condanna ingiusta, questo è certo, in un modo che sta tra la disattenzione e la cattiveria inconsapevole (tipo inviandogli un messaggio che no, siamo oneste, non era davvero indirizzato a lui). E quindi mi chiedo, ne vale la pena? O forse vale la pena rischiare di ferire l’altro e passare da stronzi e cattivi, rischiare di restare soli (almeno finché non sceglieremo meglio le nostre frequentazioni future, fatte di persone oneste e che non si spaventano), rischiare di sentirsi dire che non abbiamo capito davvero un tubo (e veramente non l’abbiamo capito), e quindi ci toccherà, udite udite, scusarci e cambiare il nostro punto di vista? Vale la pena rischiare tutto questo per essere autentici, soprattutto con noi stessi? Io credo fermamente di sì. E mi piacerebbe potervi chiedere di provarci, almeno un po’, e di vedere cosa succede. Intorno a voi ma soprattutto dentro di voi. 

Io, nel dubbio, oggi mi sono lasciata i capelli ricci. Altroché.

Fatemi sapere cosa ne pensate, non siate timidi. Giuro che non entrerò a gamba tesa… per ora.

Abbiate cura di voi.

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L'amore (e l'odio) ai tempi del Coronavirus.

Il tempismo, nella vita, è tutto.

Probabilmente non avevo chiarissimo questo concetto quando, a Dicembre, mi sono licenziata da un posto fisso, dopo un anno di lunghi ripensamenti. In effetti, tra le varie sfighe che potevano capitare, la pandemia no, non l’avevo proprio considerata. Ma tant’è, non riesco a pensare che questo isolamento forzato sia soltanto fonte di problemi. Per esempio, io ho finalmente deciso di aprire questo blog, su cui stavo meditando da tempo. Certo, era uno di quei pensieri che cullavo, perdendomi in particolari che sicuramente ne avrebbero reso la realizzazione un’impresa titanica. Ed invece eccomi qua. Grazie, in fondo, al Coronavirus (che paradosso!). 

A volte penso a quali siano le conseguenze di questo isolamento forzato. Le persone staranno più insieme. Potranno distrarsi di meno. I bambini saranno felici, finalmente, di avere i genitori quasi a tempo pieno. Gli animali da compagnia, cani e gatti, saranno felici (a parte il mio cane, che dopo un’iniziale gioia, ha cominciato ad avere qualche strano comportamento. Non ha più tutta la casa per sè… sarà questo?). Ho letto un articolo su un settimanale in cui il Direttore (una donna) esprimeva quanto fosse stato bello, all’inizio, vivere come in una domenica perenne. I nuovi piatti cucinati, la riorganizzazione della casa, le pulizie… ma poi le mura sono rimaste quelle che sono, ed i membri della famiglia si sono sentiti un po’ troppo… compressi, ecco. La mia sensazione è che questo stop obbligatorio possa, intanto, ricordarci che non possiamo controllare tutto. Non sappiamo quanto durerà questo isolamento. Ci hanno detto fino al 3 Aprile, ma bisognerà aspettare i dati reali sul contagio (che sembra prevedibile solo in parte) e sull’andamento del virus. Un grande punto interrogativo. Dall’altro, quando gli occhi ci faranno male per il troppo tempo passato davanti a schermi di vario genere (cellulare, computer, tv… in fondo la mia generazione non ha la tenuta degli adolescenti di oggi…), toccherà avere a che fare con i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri ricordi. Mi soffermo a pensare alle pensione anziane, come i nostri genitori o i nostri nonni. Per anni ci hanno esortato a non lasciarli soli, perché i continui stimoli possono aiutarli a non lasciarsi andare, possono aumentare le loro risorse. E adesso, invece, schiere di nonni si trovano soli, senza più nipoti da amare e da accontentare, senza figli da criticare o da incoraggiare, senza amici della bocciofila o amiche con cui prendere il the al pomeriggio. Niente più sale da ballo del sabato pomeriggio. Le loro voci al telefono si fanno sempre più flebili e stanche, e tutto ciò è davvero straziante. Per anni abbiamo siamo stati giustamente incoraggiati ad intraprendere la via dell’inclusione, ed ora i nostri anziani sono costretti alla solitudine, all’inattività, che forse ricorda loro quanta strada abbiano già percorso e quanta ne abbiano ancora davanti. E sicuramente il bilancio tra queste due strade è evidente, oggi più che mai. Quanta strada ho percorso? Quanta me ne resta? Penso ai loro figli, che in questa situazione stanno lontani dai loro genitori anziani, per un’unica volta senza sensi di colpa. Ma alla fine, credo che al sollievo si sostituisca ben presto la paura. Se dovesse succedere qualcosa a mio padre, a mia madre, a mio nonno, sono sicuro di avergli detto tutto ciò che volevo? Me la ricordo la ricetta della frittata con le erbette della nonna? Si ricorderà, mio padre ottuagenario, di prendere tutte le sue pastiglie?

Penso alle famiglie in cui abita, seppur saltuariamente, la violenza. Non mi riferisco unicamente alla violenza contro le donne. Ci può essere una madre violenta, un figlio violento, una suocera violenta, anche e sopratutto psicologicamente. Penso a quanto questa reclusione forzata possa far esplodere ira ed insofferenza, soprattutto per chi non tollera nessuna frustrazione, nessun limite. Con chi se la prenderà? Come saranno sostenute le persone più fragili?

Penso agli psicologi ed agli psicoterapeuti, come me. Che sono lontani, il più delle volte, da pazienti che vedevano settimanalmente. Adesso il loro mondo interno non è più sottile strumento per relazionarsi con chi chiede loro aiuto. Adesso, sono e siamo isolati come mai prima d’ora, perché le sedute via Skype, permettetemi di dirlo a voce alta, non sono e non saranno mai la stessa cosa. Credo anche che una parte di noi abbia timori che i propri pazienti, una volta superato questo momento, capiscano che la loro terapia era giunta alla fine, perché sono sopravvissuti un intero mese (o forse più) senza il terapeuta. Una sorta di “Il re è nudo!!”. Non c’è che dire, da questa esperienza impareremo molto su di noi, sulla nostra professione e, perché no, sui nostri pazienti.

Penso agli adolescenti solitari, nerd o Hikikomori, che forse in questa situazione, per una volta nella loro vita, non si sentiranno più così diversi o così sbagliati. I genitori hanno smesso da almeno due settimane di dire ai propri figli “eh, ma a me che tu non esca mai non sembra normale”.

Oggi ero in un supermercato per prodotti di cura della persona e della casa. Un signore anziano, con la mascherina, prima ha fatto i complimenti al mio cane (e da lì dovevo capirlo, che c’era un secondo fine). E poi mi ha detto: “Mi scusi, signorina (ohibò, grazie per la signorina!), mi potrebbe aiutare? Mia moglie mi ha chiesto di prenderle una cosa per la faccia, uno scrub… Ma cos’è ‘sto scrub? Io non so cosa prendere”. E così mi sono improvvisata commessa, sfoderando tutte le mie conoscenze in merito. E poi non lo so, mi sono quasi commossa.

Va a finire che il mio mestiere era la commessa.

Fatemi sapere cosa ne pensate. Come state vivendo questo periodo?

E mi raccomando. Abbiate cura di voi.

Perché la psicoterapia non è una chiacchiera da bar.

Behind the session – PSYCHOCOCCA 2020

Se dovessi davvero spiegare in poche parole che cos’è la psicoterapia, credo che farei un’immensa fatica. Mi fanno sorridere, da sempre, coloro i quali dicono che sono solo parole. Che tanto vale parlare con un amico. Che non ne hanno bisogno. Io non voglio certo convincere nessuno. Ma non posso tenerla tutta per me, questa emozione. L’emozione che provo quando un mio paziente afferra quel qualcosa che non era chiaro. Quando si commuove perchè, finalmente, si è visto, senza farsi la guerra. Credo che si pensi al terapeuta come incapsulato nel metodo freudiano (per altro spesso mal interpretato). Un analista serio, taciturno, distante, non emotivo. Perché non ci si deve legare. Perché non bisogna portarsi i problemi dei pazienti a casa. Perché non bisogna farsi mangiare il cervello o il cuore, a seconda del dolore del paziente. E mi capita spesso che molti miei pazienti, all’inizio del percorso, la pensino esattamente così. Ma che cacchio, davvero andreste a svuotare il vostro cuore, i vostri pensieri, i vostri dolori, da uno che non solo sembra in modo supponente avere tutte le risposte, ma che per giunta non si lega, non si mostra, sta sulle sue? Io, onestamente, non credo che lo farei. La mia seconda terapeuta è stata madre, sorella, nemica, quando ce n’era bisogno. Mi ha fato fare lunghi bagni di realtà, ha riso, si è intenerita, mi ha preso in giro, mi ha fornito un numero considerevole di fazzoletti (“buttali qui, non portarteli via”), si è prodigata, ha fatto a pezzettini minuscoli le balle che mi raccontavo, con grazia e profondo sarcasmo, si è scusata per non aver capito il mio bisogno di lei. Già, era successo perché aveva messo una seduta prima di Natale a disposizione dei pazienti. Si poteva scegliere se andare o meno. Ma io, orgogliosa come una merda e negante, con tutte le mie forze, del mio bisogno di lei (dipendenza = terrore), avevo gentilmente (sempre gentilmente) rifiutato la proposta. Solo che poi, alla prima nostra seduta dopo le vacanze di Natale, dovevo avergliela fatta proprio pagare. Adesso non ricordo il modo esatto. Ero arrabbiata. So che di punto in bianco si era scusata. Si era scusata per non aver capito. Si era fatta fregare dalla mia sicurezza apparente, dal mio sorriso, dal mio dire che non ne avevo bisogno. E così non mi aveva fissato l’appuntamento e basta. Me l’aveva proposto, mi aveva lasciato scegliere. Santa donna. E per una cosa in particolare l’ho amata e l’amerò sempre. Il suo coraggio. Non ha mai avuto paura. Paura di parlare: non pervenuta. Paura di farmi incazzare: dispersa. Paura di guardare, con me e di fianco a me, ciò che mi terrorizzava: manco per il cavolo. Se pensava che le sue parole avrebbero potuto farmi male per poi aiutarmi a rinascere (cosa che è stata), non esitava, anche se credo che le costasse. Le sue poltrone erano esattamente una di fronte all’altra. Praticamente, non c’era verso di scappare. Guardavi in basso? Ti vedeva. Tamburellavi nervosamente con le dita? Lo coglieva. Stavi rigida come un palo? Annotava. La tua posizione, il discorso durante il quale ti eri irrigidita, cosa avevo detto io, cosa aveva risposto lei, qual era il discorso fatto prima e quello fatto dopo. Il mio primo analista, psicoanalista, mi stava alle spalle. Io sul lettino. Tre sedute alla settimana, un’interpretazione ben calibrata per seduta. I primi mesi sono stati utili, sul serio. Poi forse qualcosa è andato storto. Si è addormentato lui (sì, non ridete, proprio come nel film in cui il terapeuta va in cucina a mangiare, mentre il paziente sul lettino parla a raffica), mi sono addormentata io (più volte. Provateci voi, con una vita in cui non c’è un attimo per respirare, a trovarvi distesi in una stanza, in silenzio.). E mi dispiace, mi dispiace per tutte le cose che non siamo riusciti a dirci, per tutte le emozioni che non hanno trovato una strada. Forse non era il momento. Perché il tempo, in psicoterapia, non è mica una variabile da poco, tutt’altro. Come nella vita, c’è un tempo per tutto. Ad esempio, all’inizio ci vuole tempo per capire. Sì, quando, da terapeuta cominci a farti ipotesi di come il tuo paziente stia funzionando. Usi la testa ed i pensieri. Usi il cuore, la pancia, le emozioni, per sentire quale corda ha vibrato mentre eri nella stanza insieme a lui. Perché il nostro non è un sapere unicamente accademico. E’ un’arte. Un mettersi a disposizione senza sparire. Tu sei lì, seduta, e permetti a chi è con te nella stanza di farti provare emozioni. Ti difendi il meno possibile, apri tutti i canali che conosci e assorbi. Ascolti. Vivi. Ogni piccola cosa. Consapevolmente e non. E mentre il tuo paziente parla, tu sogni ad occhi aperti. Lasci viaggiare tutte le immagini possibili, tutti le metafore di cui sei capace, senti tutte le orchestre sinfoniche del mondo. Vedi pezzi di film. Ti sovviene una canzone. Ti interroghi su cosa lui stia provando, ma anche su cosa tu stia provando. Ti arrovelli su quando ti sei sentita così. Ti accorgi che il paziente sta srotolando proprio una dinamica che ha a che fare con la tua vita, presente o passata. Ti metti nei suoi panni, di quando anche tu hai vissuto quel sentimento. Magari la situazione era diversa, ma il sentire, quello no. E aspetti. Ti lasci attraversare da tutto questo come trasportata dalle onde del mare. E quando senti che è il momento, parli. Traduci per lui tutto questo. Usi il pensiero per cucire un patchwork con tutto ciò che ti è appena passato in mente e non solo. Glielo cucini, aggiungi una spezia, cerchi di capire se ha voglia di mangiare o preferisce chiudere la bocca e voltarsi dall’altra parte. Cacchio! E allora ricalibri, magari la volta successiva. Quando l’alleanza terapeutica si è fatta salda, osi. Ironizzi, talvolta. Ti ritrovi a fare la Crudelia Demon della situazione, la Miranda Pristley in Il diavolo veste Prada. Il tutto ridendo, magari. Perdi la pazienza per quanto il tuo paziente stia cercando di menare il can per l’aia. Mena per il naso se stesso ed anche te. E tu ti incazzi, perché di quella persona hai visto le risorse, le capacità. Hai sperato per lui. Hai sognato per lui. Hai amato le sue storie, le sue rocambolesche cadute e le sue coraggiose risalite. L’hai accolto, sostenuto, scoperto. Ti sei fatta manipolare per fargli capire che poteva farlo senza che distruggesse tutto. Altre volte hai ribadito che lo stavi sgamando, alla grande.  E poi ti fermi, perché ti ricordi che forse non è il momento. Lui è il padrone della seduta, suo è il tempo. Semplicemente ti dici che una parte di lui deve aver provato le tue stesse emozioni. Ed allora le tieni lì, dentro di te, oppure gliele comunichi. Con garbo, prepari un altro piatto. Sua è la scelta se assaggiarlo o meno. Tutto questo forma un codice, un codice unico e speciale per quella coppia terapeutica. C’è un patto, in ogni situazione analitica, che può avere sfumature ed intenzioni diverse, ma una cosa è chiara. Il terapeuta regge la fune, fa da rete di sicurezza, ed il paziente si cala giù. A volte con un balzo terrificante, a volte procedendo per piccoli passetti. Non importa. La fiducia è la fune, quella che lega le due persone nella stanza. La relazione è ciò che permette a tutto questo di succedere. La relazione terapeutica cambia le carte in tavola. Cambia il paziente, ma cambia anche il terapeuta. Perché lui è lì, non è dietro ad un vetro, con le orecchie tappate e gli occhi chiusi. Lui è lì. Con tutta la sua umanità, con le notti passate sui libri, le lezioni in facoltà, gli esami ridati, la specializzazione scelta, l’analisi personale, le supervisioni pagate come l’oro, i viaggi estenuanti perché magari la scuola di specializzazione è a Milano, l’analista è a Torino, il supervisore a Pavia ed il gruppo di intervisione con i colleghi è a Genova. E’ lì, con la paura di sbagliare, con la speranza di esserci e di far muovere una dinamica che sembra essere cristallizzata da decenni. E’ lì,  a tifare per il suo paziente mentre non giudica, non pontifica, non insegna, non svaluta, non evita. E se lo fa, lo fa perché è, e resta, un essere umano. Ed è per questo che i miei pazienti mi hanno spesso perdonato gli errori fatti. Perché ce la stavo mettendo tutta, ero lì con il cuore e questo li ha fatti restare. Hanno amato la mia umanità e questo, forse, li ha aiutati ad amare anche la loro, di umanità. Forse, perdonando me, hanno perdonato se stessi.

La prossima volta che qualcuno mi dirà che la psicoterapia non può funzionare perché si tratta solo di parole, sono sicura che continuerò a sorridere. Ho il cuore gonfio della commozione di tutto ciò che ho vissuto, da paziente e da psicoterapeuta, e se non troverò le parole per spiegarlo a chi ha troppa paura di sapere, non importa.  Probabilmente per loro, ora, non è il momento. 

Abbiate cura di voi.

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