Sopravvivere in emergenza: vita di un’eroina comune.

Felicità dei miei nonni. Foto scattata da un loro amico negli anni ’60.

L’eroina citata nel titolo non sono io. Assolutamente no. Mi riferisco alla persona più speciale e coraggiosa che io abbia mai conosciuto, che ha passato guerre, carestie, lutti, con una forza da leone. La resilienza lei se la metteva in un panino al mattino. A certi personal coach avrebbe fatto un mazzo così, senza scomporsi di una virgola. E, diciamola tutta, anche a certi psicologi. Parlo di mia nonna. Morta 15 anni fa, mi ha lasciato una splendida eredità, di cui ho usufruito tutti i santi giorni che Dio ha mandato in terra, considerato che mi ha allevato lei. Nata all’inizio del secolo in una famiglia poverissima, in un piccolo paese del Nord. Quando sua mamma ( la mia bisnonna) diceva che per cena c’era la carne con le patate, intendeva che aveva fatto il brodo con scarti di bovino e ci aveva messo una quantità di patate oltre misura. Altro che Masterchef. Ha fatto i conti con una mamma giovane e severa, molto acculturata per l’epoca. La mia bisnonna leggeva, spesso tutta la notte, alla luce del lumicino ad olio. Suo marito le faceva una testa così perché sprecava l’olio delle lampade per un vezzo che mal si addiceva ad una donna: leggere. I libri li aveva dalla maestra dal paese. Ogni settimana la maestra gliene mandava qualcuno, che poi la mia bisnonna restituiva la settimana dopo. Il corriere di turno era mia nonna, ancora bambina. Ha sempre odiato questo scambio, perché avveniva con il freddo (quello vero), con la pioggia, con il sole bruciante. Per questo non ha mai letto granché, soprattutto se i libri si presentavano voluminosi. “Non ho pazienza”, mi diceva, “perchè ho fretta di vedere come va a finire”. Certo, farsi un’idea che quello che poteva succedere era un bisogno radicato. Mia nonna aveva vissuto la prima guerra mondiale da piccolissima e successivamente aveva assistito impotente all’emigrazione di alcuni parenti stretti in America. Aveva visto morire di appendicite uno dei suoi zii preferiti, ancora giovane. Erano andati in tre ragazzi del paese a farsi operare in città. Erano morti tutti. Non male come casistica. Diventata giovane adulta, si era innamorata dell’uomo più affascinante e carismatico di quelle colline. Mio nonno aveva fatto mille lavori per sopravvivere. Il falegname, il fabbro, l’imbianchino… ma i tempi erano duri e chi aveva del lavoro lo teneva prevalentemente per sè. Essendo la fame un comune denominatore, rubacchiava frutta dagli alberi sfidando i contadini che passavano la notte a fare la guardia ai loro campi, con tanto di fucile. Playboy indiscusso, si diceva che possedesse una pistola… insomma un mezzo gangster dal cuore buono. Quello che non si sapeva era che spesso rimaneva a letto per le cinghiate del padre, al quale giungevano all’orecchio le imprese goliardiche di questo figlio disgraziato. Bene. Mia nonna non era sicuramente la bella del paese. Ma era intelligente, ironica in un modo assolutamente pungente, e, soprattutto, non aveva minimamente intenzione di spasimare per l’uomo che le aveva rubato il cuore. Ma nemmeno per il cavolo. Quando si stavano frequentando da poco, mia nonna si doveva cucire il vestito per la festa del paese, che all’epoca era una specie di serata degli Oscar. Si aspettava con ansia per tutto l’anno. Lei aveva visto su alcuni giornali femminili, dalla sarta da cui stava imparando a cucire, che nelle grandi città erano tornati di moda i vestiti lunghi fino alle caviglie. Quindi decise che sarebbe stata all’ultima moda, con un vestito lungo. Incautamente, raccontò all’uomo con cui si “parlava” (sinonimo del “frequentarsi” di oggi) del suo progetto. Lui non fu per niente d’accordo. Pensava che tutto il paese l’avrebbe derisa e lui non voleva rimetterci. Andava bene passare da gangster, ladro, sciupafemmine, ma coglione proprio no. Mia nonna fece spallucce e non cambiò idea. Non si mosse di un millimetro, mentre il seducente, bello e dannato passava dalla persuasione alla minaccia. Le disse: “Se vedo qualcuno che ride di te, al ballo, tra noi è tutto finito!”. “Bene, ci sto!” gli urlò in faccia mia nonna. Figuriamoci se avrebbe mai permesso ad un uomo di porle dei limiti. Si era presa già un sacco di ordini e botte da sua madre, era vissuta a fame ed impotenza e non aveva certo intenzione di ripetere l’esperienza. Non si videro più fino alla festa. Mia nonna sapeva il fatto suo in fatto di guerra fredda, orgoglio, pregiudizio. Le cime tempestose lei le metteva nella pasta. Via col vento era ottimo giusto per asciugare il bucato, rigorosamente fatto bollire per farlo diventare più bianco (abitudine che mantenne negli anni. Non vi dico i miei poveri reggiseni come diventavano). Lavorò ancora più alacremente al suo vestito, che neanche a dirlo, fu stupendo. E soprattutto, le stava d’incanto, esaltando il suo vitino da vespa e le sue forme molto generose (pareva che mia nonno avesse perso la testa, inizialmente, proprio per quest’ultime). Giunse la sera del ballo. Mia nonna in lungo, altezzosa e stronza; mio nonno, incazzato come un’ape, sul palco, trombettista autodidatta dell’orchestra del paese. Certo, oltretutto da lì avrebbe avuto una splendida visuale sulla sala. Il risultato fu che mia nonna venne invitata a ballare tutta la sera, senza mai stare ferma, nemmeno un giro. Era oggetto del desiderio soprattutto dei ragazzoni del paese vicino, che avevano l’abitudine di vestirsi tutti in modo simile. Insomma, i popolarissimi giocatori di rugby della situazione. E mia nonna non poteva certo farsi sfuggire l’occasione di voltare la testa dall’altra parte, tutte le volte che finiva a danzare sotto il palco. Lei, mio nonno, non voleva proprio guardarlo in faccia. Quando l’orchestra fece una pausa, mio nonno chiese ad un’amica comune di dare appuntamento a mia nonna all’ingresso della sala per andare a prendere un gelato insieme. Lei si presentò e quando scorse il suo futuro marito la lingua fu più veloce dei suoi passi. “Allora!”, gli disse sarcastica quanto più poteva, “Hai visto qualcuno che mi ha derisa, questa sera?”. Lui capitolò e le disse “Basta, basta con questa storia! Andiamo a prendere questo gelato!”. Uno a zero per la sartina. Probabilmente quella sera aveva scassinato il cuore del gangster, dimostrandogli che poteva tenergli testa. E vincere. Lui si innamorò perdutamente, e decise di chiederla in sposa. La mia bisnonna non era per nulla contenta di avere come futuro genero un disgraziato, senza un lavoro fisso, ladro e perfino un po’ puttaniere. Figuriamoci. La sera in cui lui si presentò per fare formale richiesta della mano di mia nonna, la discussione si fece lunghissima. La mia bisnonna (perchè evidentemente comandava lei, in casa) non mollava e lui le provava tutte per convincerla. Mia nonna, manco a dirlo, non aprì bocca. Anzi, visto che s’era fatta ‘na certa, decise di mollare i due a discutere e di andare a dormire, quasi annoiata. Ma ci si può credere? Sua madre ed il suo fidanzato stavano discutendo del suo futuro e lei che fece? Andò a letto. E sono sicura che dormì come una bambina. Vai a capirla. Si sposarono, ebbero un unico figlio (nato con difficoltà dopo 5 giorni di travaglio,  circostanza in cui entrambi, madre e figlio, rischiarono la vita). Mio nonno, deciso ad essere padre e marito responsabile, partì per la campagna in Africa, perché sapeva che al rientro in Patria avrebbe avuto un lavoro assicurato. Lei rimase sola con il bambino, respinse pretendenti incuranti del fatto che fosse sposata, tirò ancora di più la cinghia, si occupò di suo figlio e mise da parte i soldi dati dal sussidio fascista, vivendo solo del suo lavoro di sarta. Testa bassa, tenne duro senza sapere se suo marito fosse vivo o morto. Se l’avrebbe mai più rivisto. Quando mio nonno rientrò, malato ed in fin di vita, spese tutti i risparmi per farlo curare e gli salvò così la vita. Non ce n’era abbastanza da dire “grazie” e stare tranquilli? Macchè. Decisero di aiutare i partigiani. Riuscivano a nasconderli perché la casa aveva un accesso dalla valle, nascosto alla strada. Un giorno arrivarono i tedeschi per un controllo. “Avete armi?” fu la prima domanda. “Sì”, disse mio nonno, che nel frattempo aveva imparato a masticare qualche parola in tedesco, “ve le mostro”. A mia nonna prese un colpo. “Che cazzo fa? Adesso ci ammazzano tutti”. Infatti i tedeschi non erano sembrati contenti. Avevano spianato i fucili. Mio nonno tornò con un cannone di legno, giocattolo del figlio. Rise lui per primo, con una risata che contagiò i tedeschi, e la cosa finì a tarallucci e vino. Qualche giorno dopo mio nonno andò nella cantinetta di casa per prendere una bottiglia di vino. Nel voltarsi per tornare in casa, vide qualcosa dentro il pozzetto naturale, nell’angolo buio della cantinetta. Fece luce, e quello che vide per poco non lo fece stramazzare a terra. Ben legati tra di loro c’erano un fascio di fucili, nascosti dai partigiani senza avvertire i miei nonni. In pratica, lo scherzo di mio nonno con il giocattolo di mio padre aveva evitato una perquisizione. Se ci fosse stata, probabilmente ora io non sarei qui a scrivere la loro storia. Credo che dissero giusto due paroline ai partigiani. Finita la guerra, si trasferirono in città, mio nonno diventò ferroviere (anzi, prima fuochista e dopo pochissimo tempo macchinista, ci teneva a precisare mia nonna piena d’orgoglio). Diedero innumerevoli feste nel loro appartamento. Andarono a ballare spesso e volentieri, ma sempre separati. Cioè, andavano insieme, ma una volta dentro alla sala da ballo, uno a destra e una a sinistra. Danzavano insieme giusto un paio di brani, mettendo peperoncino su un piatto già evidentemente piccante. Sperimentarono il razzismo, perché erano paesani in una città di fighetti. Mia nonna, quando usciva di casa, parlava il meno possibile per non farsi sgamare. Prendere il tram con mio padre era per lei una tortura, perché lui, bambino, pieno di gioia nel vedere la grande città, non stava zitto un attimo, esprimendosi con forme dialettali che denunciavano le loro origini. Crebbero questo figlio usando tutte le loro risorse per farlo studiare. Mia nonna lo rincorreva con la scopa, mio nonno lasciava a lei le redini della casa e del figlio un po’ indolente. Se la situazione si faceva calda, in casa, mio nonno infilava la giacca ed usciva. Andava a lucidare la sua locomotiva a carbone (ma veramente mia nonna si è bevuta questa manfrina per anni?). Lei decideva molte cose, ma sui cambiamenti relativi alla sua persona (forse memore della storia del vestito lungo), era sempre un po’ in ansia. Lo fu quando decise di tagliarsi i capelli. Lo fu la prima volta che si mise il rossetto, comprato di nascosto. Aveva sempre paura di non piacergli. Lui, per tutta risposta, al ritorno da un viaggio in Russia fatto con i colleghi, le portò un bellissimo portacipria in oro. Rimase vedova a sessant’anni. Di mio nonno parlava ogni tanto. Le si illuminavano gli occhi quando me lo descriveva. “Aveva dei capelli bellissimi, facevano tutte onde… e aveva gli occhi di un azzurro chiaro, che quando pioveva diventavano grigi…”, e giù sospiri. Fu una vedova cupa ma non troppo, visto il giro di amiche che andavano a trovarla. E poi iniziò un’altra fase della sua vita, quando mio padre sposò mia madre, una donna che non le garbava affatto (penso che per il suo unico figlio, neanche la regina d’Inghilterra sarebbe stata all’altezza). Fu quindi una suocera terribile e stronza, ma la vita le diede l’occasione di rimediare. A 70 anni suonati tornò a fare la madre, per me, dopo la morte della nuora tanto odiata. Litigammo per tutta la mia adolescenza, mi sostenne nel mio corso di studi, cucì per me vestiti fantastici, mi trasmise, fondamentalmente, un’enorme dose di buon senso e di coraggio. Mi insegnò che anche se la vita poteva essere dura, questo non era un buon motivo per inaridirsi ed erigere attorno a sé un muro. Lei esprimeva le sue emozioni come su un ottovolante, rimpiangendo di non essere nata “orsa”, ovvero insensibile. Aveva pesanti dubbi sulla scelta del mio ex-marito, ma rispettò la mia decisione e non si intromise. In sua presenza non perdeva occasione di ricordargli che io portavo in dote un dono molto prezioso: avevo studiato ed avevo in mano una grande professionalità, con buone possibilità di carriera. Negli anni detestò, questa volta più cordialmente, le compagne di mio padre. Si fidanzò, informalmente, a quasi novant’anni, con un cugino alla lontana che le era stato di aiuto quando mio nonno era in Africa. Chissà, probabilmente c’era del tenero già allora, ma erano entrambi troppo seri e rispettivamente molto sposati per darvi un seguito. Al pranzo per i suoi 90 anni mangiò tutte le portate (impresa che non riuscì alla maggioranza delle persone sedute al suo tavolo), bevve un bel bicchiere di vino e sfilò dalle dita di una commensale la sigaretta accesa. Nonna?!?!?!? E poi mimò solo il gesto di portarsela alle labbra per aspirare. Secondo me fumava di nascosto, la stronza. Riuscì a vedere mio figlio, il suo bisnipote, il suo orgoglio. Avevano 92 anni di differenza ed insieme erano pericolosissimi, perché erano paradossalmente simili nell’essere scapestrati. E meno male che lei non camminava quasi più, altrimenti avrei dovuto sudare sette camicie per evitare che uno dei due incappasse in qualche incidente domestico.

Non lasciò fare di testa sua neanche alla morte. Disse alla sua badante rumena (odiata per i primi due mesi e amata smisuratamente per tutto il resto del tempo), in procinto di tornare al suo Paese per un mese, che l’avrebbe aspettata per morire. E fu così. Fu ricoverata un paio di giorni dopo il ritorno di questa splendida donna, con la quale aveva strutturato un rapporto intimo e di grande tenerezza. Morì dopo qualche giorno di accesi dialoghi con persone che solo lei poteva vedere, in primis suo padre, il mio bisnonno, del quale non parlava mai.

In questa situazione di emergenza legata al Coronavirus non posso a fare a meno di pensare a lei. A mia nonna, non alla badante (che per altro, ormai, è una di famiglia e ha, a sua volta, i coglioni quadri. Nonna docet!). Cosa mi avrebbe detto in questa situazione? A) Non perderti in scene da isterica vittimista, non sta bene. B) Si fa con quello che si ha. Se stai bene, hai da mangiare ed un tetto sulla testa, il resto non conta. C) Usa questo tempo per fare qualcosa che ti ritroverai quando le cose andranno meglio. D) La nostra famiglia è nata sotto una cattiva stella, ma non ci si deve piegare a questo fatto (“Nonna, ma perché dici questo?” – “Perchè è vero.” – “E come fai a sapere che è vero?” – “Perchè lo dico io”. Fine del discorso). E) Qualche Santo provvederà. F) Sei sempre gobba, stai dritta con la schiena. G) Hai già pensato a cosa preparare per cena alla tua famiglia? (Frase in genere pronunciata alle sette del mattino). H) Trova un modo per risparmiare. Per esempio, è proprio necessario usare questo computer con la luce della stanza accesa?

Lei ce l’ha fatta in situazioni ben più complicate di quella in cui noi ci troviamo a vivere oggi. Ho voluto raccontarvi la sua storia per infondervi coraggio, il suo stesso coraggio, e farvi sorridere. I miei nonni hanno riso tanto, tantissimo. Alla faccia della fame, della guerra, dei soldi che mancavano.

Spero di aver raggiunto il mio obiettivo.

Abbiate cura di voi, ora più che mai. 

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