Under Pressure: quarant’anni fa, quaranta minuti fa

Ed eccola, che passa quasi di soppiatto, nascosta nella mia playlist che, quando scrivo, mi propone tutte le mie canzoni in modalità shuffle. Under Pressure, Queen e David Bowie, 1981. Mi fermo ed ascolto il testo… o meglio, il testo lo conosco da quando cantavo questa canzone con i miei amici più cari, al liceo, magari durante un’ora buca. In quel periodo i Queen erano tra i nostri preferiti. E’ che questa volta, quasi inconsapevolmente, mi accorgo di quanto questo brano parli di noi, del nostro presente, in questa solitudine da quarantena. I Queen e David Bowie partono da un brano incompiuto, Feel Like, che pare non soddisfare nessuno. Ma pensa. E così, durante una jam session nello studio di David Bowie nasce People on Streets, ribattezzata Under Pressure. Urka, avrei voluto essere una mosca per vedere nascere questo brano. Ma ciò che mi tocca davvero è l’emozione che suscita. “La pressione mi butta giù / Ti schiaccia, nessuno lo vorrebbe / Sotto la pressione / Che riduce in cenere un palazzo / Divide una famiglia in due / Getta le persone sul lastrico / E’ il terrore di sapere / Come è fatto il mondo / Guardo alcuni cari amici / Che gridano “tirami fuori” / Prego che domani riuscirò a risollevarmi / Pressione sulla gente / La gente per strada / Fatto a pezzi / Prendo a calci il mio cervello / Questi sono i tempi / In cui piove sul bagnato (…) Ho voltato le spalle a tutto come un cieco / Senza prendere decisioni, ma non funziona / Continuo a trovare l’amore / ma è così distrutto / Perché / L’amore / La follia ride mentre / noi andiamo a pezzi / sotto la pressione”. La solitudine obbligata di questi giorni, la pressione, non è per tutti uguale. Cristallizza le cose e quindi ci costringe a fare i conti con l’esistente. Non solo un esistente in termini di politica, economia, futuro, finanze. E’ la nostra vita. Sogni, desideri, consapevolezze, bisogni, paure, lutti.  Le carte sono lì, sono sempre state lì, ma adesso sono scoperte e girate sul tavolo. E no, non possiamo volgere lo sguardo altrove. In tutto questo c’è chi ce la fa discretamente. Io vivo spesso nei meandri dei miei pensieri e quindi questa situazione non cambia granché le cose. Anzi, nel mio caso specifico ha regalato tempo a ciò che io di solito faccio mentre mi occupo di altro, perché stare seduta a guardare nel vuoto ancora non me lo concedo granchè, in tempi normali. Da sempre vivo questa capacità di isolarmi, in una bolla, presa dalle mie pippe mentali tra l’ossessivo ed il sogno ad occhi aperti, mentre da un punto di vista pratico divento quasi maniacale. Ma attenzione: nella mia maniacalità, le attività preferite sono quelle che in apparenza non hanno bisogno di una presenza a se stessi e quindi mi capita, ad esempio, di iniziare tre cose nello stesso momento. Che so, cucinare, pulire un pezzo della cucina e mettere su una lavatrice. Salvo poi dimenticarmi tre quarti dei passaggi che servono. Mettere due volte il sale, buttare in asciugatrice la mia maglia preferita in cashmere, dimenticarmi qualcosa che il mio compagno mi ha, gentilmente come sempre, chiesto di fare per lui. Cose del genere, con buona pace della mindfulness. Perché io in realtà sono nel mio mondo ed il resto quasi non esiste. Lo so, non mi fa onore, anzi, diciamola tutta, talvolta mi fa anche un po’ vergognare, perché mi sento una stronza egoista con i fiocchi ed i controfiocchi. Ma ora ho davvero tutto il tempo per avere un posto in prima fila mentre i miei pensieri scorrono. Mi sento quasi autorizzata. Forse questo è possibile perché la mia ansia non raggiunge (ancora) livelli di allarme, o forse perché talvolta i pensieri che faccio sono su cose proprio fighe, o perché ho bisogno di capire che cacchio mi stia succedendo. C’è invece chi, i pensieri, ha bisogno di fermarli. Perché fanno troppo male. Perché portano sempre ad un bivio. E non si riesce a scegliere. Non c’è via d’uscita. Prendo a calci il mio cervello / Questi sono i tempi / In cui piove sul bagnato (…) Ho voltato le spalle a tutto come un cieco / Senza prendere decisioni, ma non funziona. Sono dubbi in cui la mente è avvolta, sottili come un filo di ragnatela. E ugualmente appiccicosi. Insomma, sento una grande tristezza nella sopportazione di qualcosa di cui non si vede la fine, anche se cerco di distrarmi, ad esempio, cucinando (l’altro giorno ho fatto delle meringhe a forma di cacche… le abbiamo chiamate “le merdinghe”). Perché, siamo onesti: a volte porsi dei piccoli obiettivi aiuta a vivere meglio. Allora, il prossimo weekend andiamo a fare un giro in un’altra città. Andiamo alle terme. Al cinema è uscito quel film che volevo vedere. Vedo Tizia per un nuovo progetto. Cerco una gonna da abbinare a quella maglia che non metto mai. Ora è tutto azzerato, ed è una strana situazione, che ti tira giù. E’ come stare in apnea. Aspettando che passi, aspettando che finisca, aspettando che vada un po’ meglio. Ed è inevitabile guardarsi indietro, visto che guardare avanti forse fa paura. Che ne ho fatto della mia vita, fino ad ora? Ho sprecato del tempo, oppure certe esperienze sono state comunque necessarie a diventare la persona che sono ora? Chi ero? Chi sono diventata? Come voglio cambiare la mia vita, quando tutto questo finirà? Penso che molte persone prenderanno grandi decisioni, quando la normalità della vita quotidiana tornerà ad affacciarsi. Credo che molte coppie scoppieranno. Perché hanno scoperto che non hanno più nulla da dirsi. Nuove coppie prenderanno il volo, perché scopriranno che stare distanti un mese e mezzo è stato un inferno. Forse ci sarà chi deciderà di non tornare al vecchio lavoro. Ci sarà chi deciderà di dare il via a qualcosa di nuovo. In ogni caso, sento che i prossimi mesi avranno bisogno di una grande dose di coraggio, da parte di tutte quelle persone che, in questi giorni di quarantena, hanno chiaramente visto e sentito chi sono. Hanno finalmente preso consapevolezza dei pesi che da anni portavano sulle spalle. Semplicemente, ci avevano fatto il callo. Non li sentivano neanche più. Come quando un mal di testa sordo e costante inizia a passare dopo aver preso una pastiglia. Hanno messo a fuoco i loro desideri. Il viaggio che non hanno mai organizzato. La nonna lontana che non vedono da tempo. L’amica con cui non parlano più e neanche si ricordano perchè. Molti stanno scoprendo che rendersi utili, in qualsiasi modo, mettendo a disposizione le proprie competenze, il proprio denaro, la propria esperienza, il proprio tempo a favore dei più fragili fa stare meglio. Contribuisce a dare un senso a tutto questo. E così, un bel giorno, forse (io lo spero vivamente) ci scopriremo persone migliori. Un po’ malconce, forse, ma migliori.

Non possiamo concederci un’altra possibilità? / Perché non diamo all’amore / un’altra possibilità? / Perché non diamo amore? / Perché l’amore è una parola / antiquata / E l’amore ti fa prender cura / delle persone / che vivono ai margini della notte / E l’amore ci fa cambiare il modo / di prenderci cura di noi stessi / Questa è la nostra ultima danza / Questa è la nostra ultima danza / Siamo noi stessi /Sotto pressione.

Quindi, mai come ora: abbiate cura di voi.

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