Perché la psicoterapia non è una chiacchiera da bar.

Behind the session – PSYCHOCOCCA 2020

Se dovessi davvero spiegare in poche parole che cos’è la psicoterapia, credo che farei un’immensa fatica. Mi fanno sorridere, da sempre, coloro i quali dicono che sono solo parole. Che tanto vale parlare con un amico. Che non ne hanno bisogno. Io non voglio certo convincere nessuno. Ma non posso tenerla tutta per me, questa emozione. L’emozione che provo quando un mio paziente afferra quel qualcosa che non era chiaro. Quando si commuove perchè, finalmente, si è visto, senza farsi la guerra. Credo che si pensi al terapeuta come incapsulato nel metodo freudiano (per altro spesso mal interpretato). Un analista serio, taciturno, distante, non emotivo. Perché non ci si deve legare. Perché non bisogna portarsi i problemi dei pazienti a casa. Perché non bisogna farsi mangiare il cervello o il cuore, a seconda del dolore del paziente. E mi capita spesso che molti miei pazienti, all’inizio del percorso, la pensino esattamente così. Ma che cacchio, davvero andreste a svuotare il vostro cuore, i vostri pensieri, i vostri dolori, da uno che non solo sembra in modo supponente avere tutte le risposte, ma che per giunta non si lega, non si mostra, sta sulle sue? Io, onestamente, non credo che lo farei. La mia seconda terapeuta è stata madre, sorella, nemica, quando ce n’era bisogno. Mi ha fato fare lunghi bagni di realtà, ha riso, si è intenerita, mi ha preso in giro, mi ha fornito un numero considerevole di fazzoletti (“buttali qui, non portarteli via”), si è prodigata, ha fatto a pezzettini minuscoli le balle che mi raccontavo, con grazia e profondo sarcasmo, si è scusata per non aver capito il mio bisogno di lei. Già, era successo perché aveva messo una seduta prima di Natale a disposizione dei pazienti. Si poteva scegliere se andare o meno. Ma io, orgogliosa come una merda e negante, con tutte le mie forze, del mio bisogno di lei (dipendenza = terrore), avevo gentilmente (sempre gentilmente) rifiutato la proposta. Solo che poi, alla prima nostra seduta dopo le vacanze di Natale, dovevo avergliela fatta proprio pagare. Adesso non ricordo il modo esatto. Ero arrabbiata. So che di punto in bianco si era scusata. Si era scusata per non aver capito. Si era fatta fregare dalla mia sicurezza apparente, dal mio sorriso, dal mio dire che non ne avevo bisogno. E così non mi aveva fissato l’appuntamento e basta. Me l’aveva proposto, mi aveva lasciato scegliere. Santa donna. E per una cosa in particolare l’ho amata e l’amerò sempre. Il suo coraggio. Non ha mai avuto paura. Paura di parlare: non pervenuta. Paura di farmi incazzare: dispersa. Paura di guardare, con me e di fianco a me, ciò che mi terrorizzava: manco per il cavolo. Se pensava che le sue parole avrebbero potuto farmi male per poi aiutarmi a rinascere (cosa che è stata), non esitava, anche se credo che le costasse. Le sue poltrone erano esattamente una di fronte all’altra. Praticamente, non c’era verso di scappare. Guardavi in basso? Ti vedeva. Tamburellavi nervosamente con le dita? Lo coglieva. Stavi rigida come un palo? Annotava. La tua posizione, il discorso durante il quale ti eri irrigidita, cosa avevo detto io, cosa aveva risposto lei, qual era il discorso fatto prima e quello fatto dopo. Il mio primo analista, psicoanalista, mi stava alle spalle. Io sul lettino. Tre sedute alla settimana, un’interpretazione ben calibrata per seduta. I primi mesi sono stati utili, sul serio. Poi forse qualcosa è andato storto. Si è addormentato lui (sì, non ridete, proprio come nel film in cui il terapeuta va in cucina a mangiare, mentre il paziente sul lettino parla a raffica), mi sono addormentata io (più volte. Provateci voi, con una vita in cui non c’è un attimo per respirare, a trovarvi distesi in una stanza, in silenzio.). E mi dispiace, mi dispiace per tutte le cose che non siamo riusciti a dirci, per tutte le emozioni che non hanno trovato una strada. Forse non era il momento. Perché il tempo, in psicoterapia, non è mica una variabile da poco, tutt’altro. Come nella vita, c’è un tempo per tutto. Ad esempio, all’inizio ci vuole tempo per capire. Sì, quando, da terapeuta cominci a farti ipotesi di come il tuo paziente stia funzionando. Usi la testa ed i pensieri. Usi il cuore, la pancia, le emozioni, per sentire quale corda ha vibrato mentre eri nella stanza insieme a lui. Perché il nostro non è un sapere unicamente accademico. E’ un’arte. Un mettersi a disposizione senza sparire. Tu sei lì, seduta, e permetti a chi è con te nella stanza di farti provare emozioni. Ti difendi il meno possibile, apri tutti i canali che conosci e assorbi. Ascolti. Vivi. Ogni piccola cosa. Consapevolmente e non. E mentre il tuo paziente parla, tu sogni ad occhi aperti. Lasci viaggiare tutte le immagini possibili, tutti le metafore di cui sei capace, senti tutte le orchestre sinfoniche del mondo. Vedi pezzi di film. Ti sovviene una canzone. Ti interroghi su cosa lui stia provando, ma anche su cosa tu stia provando. Ti arrovelli su quando ti sei sentita così. Ti accorgi che il paziente sta srotolando proprio una dinamica che ha a che fare con la tua vita, presente o passata. Ti metti nei suoi panni, di quando anche tu hai vissuto quel sentimento. Magari la situazione era diversa, ma il sentire, quello no. E aspetti. Ti lasci attraversare da tutto questo come trasportata dalle onde del mare. E quando senti che è il momento, parli. Traduci per lui tutto questo. Usi il pensiero per cucire un patchwork con tutto ciò che ti è appena passato in mente e non solo. Glielo cucini, aggiungi una spezia, cerchi di capire se ha voglia di mangiare o preferisce chiudere la bocca e voltarsi dall’altra parte. Cacchio! E allora ricalibri, magari la volta successiva. Quando l’alleanza terapeutica si è fatta salda, osi. Ironizzi, talvolta. Ti ritrovi a fare la Crudelia Demon della situazione, la Miranda Pristley in Il diavolo veste Prada. Il tutto ridendo, magari. Perdi la pazienza per quanto il tuo paziente stia cercando di menare il can per l’aia. Mena per il naso se stesso ed anche te. E tu ti incazzi, perché di quella persona hai visto le risorse, le capacità. Hai sperato per lui. Hai sognato per lui. Hai amato le sue storie, le sue rocambolesche cadute e le sue coraggiose risalite. L’hai accolto, sostenuto, scoperto. Ti sei fatta manipolare per fargli capire che poteva farlo senza che distruggesse tutto. Altre volte hai ribadito che lo stavi sgamando, alla grande.  E poi ti fermi, perché ti ricordi che forse non è il momento. Lui è il padrone della seduta, suo è il tempo. Semplicemente ti dici che una parte di lui deve aver provato le tue stesse emozioni. Ed allora le tieni lì, dentro di te, oppure gliele comunichi. Con garbo, prepari un altro piatto. Sua è la scelta se assaggiarlo o meno. Tutto questo forma un codice, un codice unico e speciale per quella coppia terapeutica. C’è un patto, in ogni situazione analitica, che può avere sfumature ed intenzioni diverse, ma una cosa è chiara. Il terapeuta regge la fune, fa da rete di sicurezza, ed il paziente si cala giù. A volte con un balzo terrificante, a volte procedendo per piccoli passetti. Non importa. La fiducia è la fune, quella che lega le due persone nella stanza. La relazione è ciò che permette a tutto questo di succedere. La relazione terapeutica cambia le carte in tavola. Cambia il paziente, ma cambia anche il terapeuta. Perché lui è lì, non è dietro ad un vetro, con le orecchie tappate e gli occhi chiusi. Lui è lì. Con tutta la sua umanità, con le notti passate sui libri, le lezioni in facoltà, gli esami ridati, la specializzazione scelta, l’analisi personale, le supervisioni pagate come l’oro, i viaggi estenuanti perché magari la scuola di specializzazione è a Milano, l’analista è a Torino, il supervisore a Pavia ed il gruppo di intervisione con i colleghi è a Genova. E’ lì, con la paura di sbagliare, con la speranza di esserci e di far muovere una dinamica che sembra essere cristallizzata da decenni. E’ lì,  a tifare per il suo paziente mentre non giudica, non pontifica, non insegna, non svaluta, non evita. E se lo fa, lo fa perché è, e resta, un essere umano. Ed è per questo che i miei pazienti mi hanno spesso perdonato gli errori fatti. Perché ce la stavo mettendo tutta, ero lì con il cuore e questo li ha fatti restare. Hanno amato la mia umanità e questo, forse, li ha aiutati ad amare anche la loro, di umanità. Forse, perdonando me, hanno perdonato se stessi.

La prossima volta che qualcuno mi dirà che la psicoterapia non può funzionare perché si tratta solo di parole, sono sicura che continuerò a sorridere. Ho il cuore gonfio della commozione di tutto ciò che ho vissuto, da paziente e da psicoterapeuta, e se non troverò le parole per spiegarlo a chi ha troppa paura di sapere, non importa.  Probabilmente per loro, ora, non è il momento. 

Abbiate cura di voi.

2 pensieri riguardo “Perché la psicoterapia non è una chiacchiera da bar.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web su WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: