Il diritto di essere matti

Off the rails – Psychococca 2020

Qualche giorno fra un mio paziente mi ha detto: “Perchè non scrivi un articolo in cui chiarisci che chi viene dallo psicologo non è per forza matto? Sono ancora in troppi ad avere paura di voi”. Ho accondisceso, perché no? Ma ho avuto un’altra idea (merito anche delle intelligenti suggestioni del mio compagno, psicoterapeuta a sua volta). E’ così disdicevole essere matti? O meglio, fuori dal comune, almeno per un periodo della propria vita? Ci sono circostanze così difficili, così emotivamente sofferte, che mi sembra assurdo che, proprio in quelle circostanze, ci venga chiesto (e ci si chieda) di essere, in una parola, sani. Mi sembra una spinta all’omologazione, nel tentativo di ridurre tutto a qualcosa di comune. E’ come se serpeggiasse una paura di tutto ciò che non è compresso in un range di emozioni, vissuti e comportamenti che sono forse meno spaventosi, più condivisibili ed in ultimo più controllabili. Per capirci: sul lavoro ti va di cacca, hai finito una storia da cui sei uscito a tocchettini, tua mamma sta male. E il problema è se ogni tanto scleri? O piangi? O sei intollerante verso tutto e tutti? Quindi, il compito si fa arduo. Magari ci sono situazioni in cui facciamo effettivamente fatica a tenere dritto il timone della nostra barca, ma ci viene data dall’esterno (e poi, in definitiva, da noi stessi) una spinta a tenere tutto in una forma che sia gestibile, condivisibile e quindi non pericolosa. Come si fa? E soprattutto, perché? Ci viene paura di essere etichettati come diversi? Folli, inaffidabili, inadeguati? Certo che sì. Le frasi che mi fanno più ridere sono quelle del tipo: “vorrei che ci lasciassimo bene, da persone adulte. Sì, insomma, senza soffrire troppo”. Io penso che non ci si possa lasciare senza farsi male, senza rompere qualcosa, a livello simbolico ma anche reale. In qualche articolo fa citavo una pressione, una serie di codici culturali e sociali non scritti, secondo i quali dovremmo seguire una certa linea di comportamento e quindi un certo modo di vivere ed esprimere le nostre emozioni, pena l’esclusione dal nostro gruppo di riferimento. Mi spaventa pensare che siamo tutti oggetto di una pressione nel renderci più simili a degli androidi più che a esseri umani. Mi spaventa ancora di più il fatto che facciamo nostre queste pressioni. Le accettiamo, le condividiamo. Voremmo spingerci a sottometterci ad una risposta pre-confezionata, attesa, contenuta, non matta. Chi va dallo psicologo ha fallito in questo compito. Dev’essere rimesso a posto. Come il tagliando alla macchina. Che assurdità. Noi siamo diversi ed unici perché interpretiamo lo stesso evento in modi completamente diversi. Se così non fosse, saremmo nuovamente tutti nella categoria androidi. Ha perso la mamma, quindi x e y. E’ stata adottata, quindi z e n. Wow, e allora per che cacchio si pagherebbe uno psicoterapeuta? Basterebbe un algoritmo. Zuckerberg ne sa qualcosa. La nostra risposta non è  e non potrà mai essere linearmente suscitata da un’esperienza. Infatti noi, spontaneamente, daremmo una risposta, quella risposta e non un’altra, perché quella risposta racconta di noi. E’ intrecciata nella nostra vita, nella nostra storia, nell’idea profonda che abbiamo di noi stessi. Facciamo un esempio, così magari riesco ad essere più chiara. Oggetto: il tradimento da parte del partner. Destinatarie: le mie amiche ed io (Il Trio, se avete letto un mio precedente articolo). Reazioni: la BP (la Bella Perfettina) scatenerebbe, nei confronti del suo uomo, la terza guerra mondiale. Gli toglierebbe subito la firma dal conto, lo bloccherebbe ovunque e mediterebbe una vendetta in perfetto stile hollywoodiano. Risalirebbe a come, quando e quante volte si è verificato tale tradimento da parte del fedifrago. Un mix tra la signora in giallo e Sherlock Holmes (al femminile, ovviamente). Il tutto senza perdere aplomb, piega perfetta ed unghie laccate. Non gli darebbe una seconda possibilità neanche morta, lasciandolo strisciare per mesi e mesi solo per il gusto di dirgli “va te faire foutre!” (l’insulto in francese le si addice proprio. E non solo perché ha una casa in Costa Azzurra, ma perché è tremendamente chic). La BS (Bella Simpatica), cercherebbe di capire che cosa è successo alla sua dolce metà. Si chiederebbe che cosa ha vissuto lui, indagherebbe senza sosta sul perchè, e proverebbe a confezionare una bella spiegazione grandemente dettagliata. Certo, tutto ciò le toglierebbe il sonno e la concentrazione. Avrebbe grandi occhiaie viola e lo sguardo di quando il suo pensiero saetta veloce di qua e di là. Si passerebbe la mano per tirare indietro i suoi bei capelli biondi e ci guarderebbe un po’ spersa. Ci sentiremmo al telefono dalle tre alle quattro volte al giorno, e lei parlerebbe velocissima. Alla fine sarebbe disposta a capire, a discutere e a condividere. Forse proporrebbe una terapia di coppia, per comprendere meglio. Io, invece, scatenerei un uragano, in un primo momento. Urlerei, sbraiterei, butterei i suoi abiti fuori dal balcone, oppure, in alternativa, prenderei i miei dischetti di cotone levatrucco (ne sono tristemente dipendente), le mie creme da giorno e da notte (disperata sì, ma sempre in lotta con le rughe) e sbatterei la porta di casa. Poi si farebbe strada il secondo atto. Attore principale: il mio amicone senso di colpa. Comincerei a chiedermi che cosa ho fatto o non ho fatto per spingere a tal punto il mio uomo. Farei strabilianti ipotesi, probabilmente partendo da presupposti completamente errati, giusto per arrivare al punto che sì, se mi ha messo le corna, non è perché è uno stronzo di proporzioni galattiche (pensiero della Bella Perfettina), né perché è in un momento di vita suo piuttosto merdoso (pensiero della Bella Simpatica), ma bensì perché io sono stata manchevole, distratta, anaffettiva, e chissà cos’altro. Quindi, io ho fatto in modo che mi mettesse le corna. Per farla breve: cornuta sì, ma perché ne sono corresponsabile (sulla mia mania di controllo e di perfezione ne parlerò in un prossimo articolo). Quindi, le nostre risposte, non le pescheremmo certo a caso nel sacchetto dei bussolotti, come faceva la mia insegnante di inglese del liceo, che riposi in pace. Nossignori. Noi, se ce lo permettessimo, daremmo una risposta perché quella risposta (e non un’altra), ha maledettamente a che fare con noi, che ci piaccia oppure no. Io non potrei essere come La Bella Perfettina, La Bella Perfettina non potrebbe pensare di reagire come la Bella Simpatica e via così. Quindi, in breve, quello che rischia di succederci in questo momento storico, è che noi, proprio noi, pensiamo profondamente di dover essere perfetti, coerenti, misurati. Noi, detto in poche parole, ci aspettiamo di reagire come androidi. E ci incazziamo parecchio con chi si permette di essere umano, magari un po’ matto. Per questo lo isoliamo. Perché lui si permette di essere, pensare e fare  da essere umano, come forse piacerebbe fare anche a noi, solo che non ce lo concediamo. E se per un attimo ci permettessimo di vedere la questione diversamente? Se la smettessimo di giudicarci in continuazione? Se mandassimo al diavolo la spinta ad essere androidi anziché umani, matti ed un po’ fragili? Se immaginassimo la nostra vita come una specie di opera d’arte? Un’opera d’arte fatta di colori che possono essere intensi, mentre, in altri punti, dolci sfumature riequilibrano l’acceso utilizzo del rosso passione, del nero cupo, del giallo luminoso. A volte, guardando un quadro, è proprio un’imprecisione nella forma a suscitare un’emozione, così come, in un brano, succede per un accordo che non ci saremmo aspettati, un cambio di ritmo, uno stop che ci toglie il fiato prima che il brano riprenda. Perché, quindi, la nostra vita dovrebbe essere diversa? C’è tanta poesia nella storia delle persone. Se noi guardassimo alle storie delle vite di altri, e quindi della nostra, con uno sguardo poetico, sono sicura che tutto ciò che spinge, tutto ciò che si esprime in punte intense e in vibranti capovolgimenti, passando da drammatiche rotture, le renderebbe portatrici di inaudita bellezza. Quanto possiamo reggere a non essere portatori di tanta bellezza? Per quanto tempo la poesia della nostra vita dovrà stare chiusa in una scatolina? E soprattutto, come ci farà stare? Quante occasioni di cambiamento ci siamo perdendo, proprio perché non ci permettiamo di essere diversi? Quanto sta soffrendo la nostra parte autentica, per il diritto di esprimersi che le viene sistematicamente negato? Lo so, fa una paura terribile. Perché la nostra parte autentica, che potrebbe esprimersi in modi scarsamente convenzionali o addirittura esagerati, un po’ matti, è la nostra parte più genuina. Quella che, una volta mostrata, ci fa sentire strani. Nudi, scoperti, esposti alla luce del sole. Folli, magari. Temiamo forse gli attacchi, temiamo di essere feriti proprio dove la carne esposta è più tenera. Ed è un dolore terrificante. Da rotolarsi su se stessi, respirando piano in attesa che passi. Ma sono davvero indecisa sull’alternativa. Perché in fondo, adeguarsi all’omologazione, evitare di uscire dai binari della cosiddetta, attesa, normalità, non è che non faccia danni. Anzi. L’ansia ci toglie il fiato, la tristezza la teniamo a bada comprando l’ultimo modello di cellulare o trovando costantemente qualcosa da fare per non entrare in contatto con certe emozioni che sono evidentemente bandite da ciò che ci è concesso provare. Forse per questo entrare in psicoterapia fa così paura. Loro, entrano in terapia. I matti. Mica io, il mio vicino di casa, la mia collega. Noi siamo sani. Perché decidere di andare dallo psicoterapeuta significa prendersi la responsabilità di una profonda rottura. Anche se spesso si entra in terapia con l’idea di tornare ad essere omologati. Si chiede a qualcuno che supponiamo più esperto di noi, di toglierci tutto ciò che non ci fa essere più androidi. Ti prego, toglimi la tristezza, toglimi l’ansia, toglimi la rabbia. Tu, terapeuta, da cui mi aspetto saggezza, misura, capacità analitiche e chiarimenti illuminanti, aiutami a tornare ad essere normale. Poi, la sorpresa. La sorpresa consiste nello scoprire che la terapia non servirà ad allontanare certi sentimenti. Al contrario. Servirà a dare loro diritto di cittadinanza. Nella stanza di terapia ci saranno tante sedie, simbolicamente parlando, per ogni parte di noi. Lì, in quei 45 minuti, potranno vivere tutti i nostri aspetti. E ci commuoveremo, ogni volta che sarà loro concesso di vivere, di non nascondersi più. E ad un certo punto, inavvertitamente, la coglieremo. La bellezza. Delle nostre emozioni, dei nostri colpi di testa. E ne vedremo il senso, l’armonia, la poesia. Non è facile, perché la paura è tanta. E non è neanche un processo così lineare. Magari in un dato momento ci permetteremo di cogliere ogni aspetto della nostra esperienza personale e soggettiva come una commovente opera d’arte. In altri momenti, torneremo ad avere paura di ciò che, dentro di noi, percepiamo come fuori dal comune. E’ come un pendolo che oscilla. Perché le nostre vite sono anche questo. Dinamicità, divenire. E’ il fermarsi che crea un disagio psicologico. E’ la rigidità con cui leggiamo noi stessi, con cui ci difendiamo, che crea dolore. Non è il contenuto stesso del modo in cui viviamo e guardiamo noi stessi ed il mondo intorno a noi. E’ la rigidità nell’utilizzare proprio quella chiave di lettura,  quel filtro e solamente quello, sempre lo stesso, che ci ferma, ci cristallizza, blocca un movimento che fa parte della nostra natura. Se si ferma il divenire, noi moriamo, poco alla volta. Per questo ribadisco il diritto e la libertà di essere matti, senza giudizio, anche se spesso nei miei stessi confronti sono stata e sono tuttora un giudice implacabile, terrorizzata di ciò che potrebbe  fuoriuscire dal mio cuore e dai miei pensieri. Succede, non spaventatevi. E’ l’attimo prima di fare il salto, quando cioè si smette di sentirsi folli o inadeguati. Perché il punto non è più restare nei binari. Il punto diventa vivere. Vivere, assecondando il movimento che c’è dentro di noi. Saremo sferzati da grandi emozioni, questo è vero. Ma lo stare fermi con piccoli emozioni soffocate e grandi finestre chiuse a chiave è inumano. Non cercate la perfezione. Per esperienza personale, non funziona. O meglio, potrà funzionare per un po’. Ma poi il costo sarà esorbitante. Ci perderemo. Vero, assecondare la parte di noi un po’ matta evoca lo spettro della solitudine, ma è un dolore passeggero. Perché in realtà non saremo soli. Nel momento in cui permetteremo alla nostra vita di esprimersi come un’opera d’arte, saremo nuovamente innamorati di noi. E se ci saranno alcuni nostri aspetti di cui ci vergogneremo o che ci spaventeranno, non importa. Ce ne prenderemo cura, semplicemente perché: sono parti di noi. Le abbracceremo e le faremo sentire a casa. Bentornate.

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