"Emma sono io", ovvero: quando l'essere autentici spacca (ma poi ricompone)

In questo periodo di reclusione forzata a causa del Coronavirus ho avuto l’occasione di guardare alcuni film davvero interessanti. Beh, non che prima non ne guardassi, ma quelli visti in questi giorni, a differenza di altri periodi, me li ricordo (Scena di vita quotidiana prima del Coronavirus: il mio compagno: sì, dài, l’abbiamo visto, è quel film con ** e **. Io: … mmm … Il mio compagno: ma sì, che succede così e così… Io: .. ah, sì, ho capito… quello in cui c’è una barca e poi… Il mio compagno: ?!?!? Ma quale barca? No, ti confondi… dài, che poi succede questo e quello… Io: (silenzio e occhi da coniglio in autostrada). Il mio compagno: vabbeh, lo abbiamo, possiamo rivederlo…). L’altra sera abbiamo visto un film del 2002 di Francesco Falaschi, con Cecilia Dazzi, Marco Giallini e Piefrancesco Favino. Una commedia che si intitola “Emma sono io”. Emma, la protagonista, è una pediatra nonché Assessore di un piccolo paese della Toscana. Perfettina, tranquilla, formale, sobria. Questo perché da anni assume una terapia a base di sali di litio per contenere la sua ipomania. Purtroppo (o per fortuna), in concomitanza dei giorni che precedono il matrimonio di una cara amica che dovrebbe proprio svolgersi nel casolare di Emma e di suo marito, il farmaco, per un errore di spedizione, non è disponibile. Emma si rassegna ad aspettare, ma i suoi sintomi emergono prepotenti, colorando di emozioni e travolgendo lei ed i suoi cari (marito, amici e padre). Va da sè che in questo film l’ipomania è raccontata in modo leggero e scanzonato, mentre in realtà conviverci senza farmaci è doloroso e sicuramente faticoso. L’ipomania spinge infatti la vita ad una doppia velocità. Meno sonno, attivazione continua per qualsiasi cosa, distraibilità e deficit dell’attenzione, comportamenti rischiosi, una parlantina senza soste… insomma, un motore che gira al doppio della velocità normale e che non esaurisce mai il carburante. In questa fase Emma abbandona il suo bob liscio a vantaggio di una testa di capelli ricci, compra abiti colorati dimenticando i suoi seri vestiti beige e, soprattutto, non utilizza più la mediazione in ciò che comunica. Emma perde il filtro del polically correct, in poche parole, e manifesta chiaramente le sue emozioni: rabbia, allegria, dolore. Questa sua modalità “senza filtri” produce una serie di effetti a catena, in cui Emma spiattella molti non detti alle persone a cui tiene, spaccando equilibri a tutto andare, ma tant’è, le situazioni e le relazioni si ricompongono in un modo più salutare per tutti (e poi basta, se no spoilero, e non voglio). Finito il film, mi sono sentita come liberata. Oddio, non perché io sia ipomaniacale (forse). E mi sono chiesta quante volte mi è capitato di mordermi la lingua, o meglio, quante volte mi è capitato di ripensare la frase che mi salirebbe alle labbra spontaneamente, per renderla più “digeribile” a chi ho di fronte. Devo dire che in realtà mi sento molto più spontanea con i miei pazienti, forse perché dopo parecchi (e non vi dirò quanti, ma fidatevi, un numero discreto) di anni di lavoro come psicoterapeuta, ho imparato a fidarmi dei miei pensieri, delle mie emozioni e soprattutto delle mie intuizioni. Quindi, in poche parole, mi sento legittimata, anche perché ho potuto saggiare di persona gli effetti di un comunicazione chiara e onesta (a volte forse un po’ a gamba tesa, è vero, ma i miei pazienti sembrano sopravvivervi benissimo). Cosa mi trattiene dall’espressione di quello che sento e penso, in modo chiaro?Cosa ci trattiene ( dico “ci” perché credo di non essere la sola), in generale? La prima cosa che mi viene in mente è la protezione dell’altro, come se non fosse mai abbastanza forte o preparato da reggere i nostri sentimenti (soprattutto quelli meno popolari. Credo che nessuno abbia problemi ad essere investito dalla gioia. Ma provate con l’incazzatura…). Quindi, al primo posto la protezione dell’altro. Al secondo posto metterei la paura di essere inadeguati. O esagerati. O imprevedibili. Purtroppo credo che la società di questi ultimi anni ci abbia legato a schemi di comportamento più di qualsiasi legge repressiva. Il problema è che l’ha fatto con leggi non scritte, con punizioni non previste da uno Stato, ma dalle stesse persone che frequentiamo ogni giorno. E queste leggi, in quanto non scritte, non evidenti, sono quindi molto difficili da contestare. Manifesti la tua incazzatura? Sei una pazza sclerata. Fai vedere la tua tristezza? Che palle, non ti inviteranno alla prossima apericena della palestra (davvero un dramma). Mantieni salde le tue convinzioni? Sei ingombrante, pesante, e quindi meglio girare alla larga da una così. Questo se sei donna, perché se sei un uomo, potresti al contrario essere incoronato nuovo maschio alfa della settimana. Piangi? Se sei donna hai il ciclo o sei in menopausa, se sei uomo sei così dolce, fragile, umano, ma verrai depennato seduta stante dalla lista dei papabili fidanzati per entrare, gloriosamente, nella lista degli amici sulla cui spalla piangere quando lo stronzo di turno ti avrà detto che no, neanche questa volta lascerà la moglie per te. Quindi, in poche parole, essere chiari con se stessi e con gli altri mina pesantemente la nostra posizione nella classifica di gradimento del nostro contesto sociale. Il che suona come una minaccia paragonabile alla caccia alle streghe, che alla fine non prevede il rogo bensì: LA SOLITUDINE. Quindi, riassumendo, ci facciamo violenza, voltiamo la testa, chiudiamo gli occhi, ci tappiamo la bocca per evitare di restare soli. Soli non per nostra scelta (fatemi poi conoscere qualcuno che sul serio sceglie di fare l’eremita e ne scriverò almeno 10 articoli), ma perché emarginati. Manco i contagiati dal Coronavirus. Al terzo posto (e qui mi fermo, il podio mi sembra sufficiente per oggi), può esserci la ragione del dubbio, ovvero: no, ma magari non è così, chi sono io per dire a Tizio o Caio questa cosa? No, forse ho capito male, ci penso ancora un attimo a bocce ferme. Quindi ci facciamo il nostro fantastico processo nel nostro Tribunale interno, con, di norma, un Giudice molto severo e rompicoglioni (bravi, il Super-Io). Peccato che il nostro avvocato al momento dell’udienza non si presenti, e quindi saremo inesorabilmente dichiarati colpevoli. La pratica sarà archiviata ed il nostro interlocutore reale non saprà mai nulla dei nostri turbamenti interiori, delle nostre emozione chiuse in quella pratica dimenticata, del nostro processo interno. Anche se poi gli faremo pagare, questa nostra condanna ingiusta, questo è certo, in un modo che sta tra la disattenzione e la cattiveria inconsapevole (tipo inviandogli un messaggio che no, siamo oneste, non era davvero indirizzato a lui). E quindi mi chiedo, ne vale la pena? O forse vale la pena rischiare di ferire l’altro e passare da stronzi e cattivi, rischiare di restare soli (almeno finché non sceglieremo meglio le nostre frequentazioni future, fatte di persone oneste e che non si spaventano), rischiare di sentirsi dire che non abbiamo capito davvero un tubo (e veramente non l’abbiamo capito), e quindi ci toccherà, udite udite, scusarci e cambiare il nostro punto di vista? Vale la pena rischiare tutto questo per essere autentici, soprattutto con noi stessi? Io credo fermamente di sì. E mi piacerebbe potervi chiedere di provarci, almeno un po’, e di vedere cosa succede. Intorno a voi ma soprattutto dentro di voi. 

Io, nel dubbio, oggi mi sono lasciata i capelli ricci. Altroché.

Fatemi sapere cosa ne pensate, non siate timidi. Giuro che non entrerò a gamba tesa… per ora.

Abbiate cura di voi.

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